Una donna di 37 anni, residente a Milano e diventata madre da otto mesi, ha sollevato un nodo centrale sul sostegno alla famiglia in Italia dopo aver aperto il cedolino dell’indennità INPS. La cifra accreditata ammonta a 900 euro netti, corrispondenti al congedo parentale retribuito al 30% dello stipendio.
Congedo parentale retribuito al 30% dello stipendio dopo la maternità obbligatoria.
La testimonianza è stata affidata alle pagine del Corriere della Sera, all’interno dello spazio «Lo dico al Corriere» curato da Aldo Cazzullo. La riflessione parte da una domanda secca: quale peso economico e sociale assegna lo Stato a chi decide di accudire un neonato?
Il taglio delle entrate durante la cura dei figli
Durante il periodo di congedo facoltativo, l’azienda interrompe l’erogazione dello stipendio contrattuale. Subentra l’indennità pubblica a copertura parziale, affiancata dall’assegno unico per i figli a carico.
La retribuzione crolla bruscamente al 30% della base ordinaria per i mesi successivi alla maternità obbligatoria. Una cifra che, nelle grandi aree metropolitane con un costo della vita elevato come Milano, mette a dura prova i bilanci familiari.
«Non sto lavorando e quindi la mia azienda non mi paga, e questo mi sembra corretto», scrive la lettrice. «Entra allora in gioco lo Stato, che mi riconosce questi 900 euro e un assegno per mia figlia. Quale valore sto creando per il mio Paese? Sto contribuendo in uno dei modi più concreti: ho messo al mondo una persona e sto dedicando tempo a crescerla».
La contraddizione della denatalità
La lavoratrice evidenzia il paradosso tra la retorica pubblica sul calo demografico e il trattamento riservato a chi sceglie la genitorialità. La riduzione delle nascite è costantemente indicata dalle istituzioni come un’emergenza nazionale per la tenuta del welfare e del sistema pensionistico.
Allo stesso tempo, la decisione di sottrarre ore al lavoro retribuito per dedicarsi a un figlio si traduce immediatamente in una penalizzazione patrimoniale. Chi cura i futuri contribuenti riceve una frazione minima delle proprie entrate abituali.
Il valore sociale del tempo dedicato alla famiglia
Nel testo inviato al quotidiano, la madre contesta l’impostazione che considera i mesi dedicati ai primi passi del bambino solo come assenza improduttiva dal posto di lavoro.
«Non penso che lo Stato debba pagarmi semplicemente perché sono diventata madre», sottolinea la donna. «Penso però che dovremmo smettere di considerare il tempo trascorso a crescere un figlio soltanto come tempo sottratto al lavoro».
La riflessione ribalta la prospettiva economica: se un figlio rappresenta un bene primario per l’intera comunità, chi se ne occupa non dovrebbe subire una perdita economica durante i primi mesi di vita del neonato. Avere figli resta una scelta privata, ma la crescita delle generazioni future impatta direttamente sulla sostenibilità economica dell’intero Paese.


