Le telecamere dello stadio San Siro hanno staccato dalla sfida sul campo tra Inter e Napoli per inquadrare le tribune. Sul maxischermo dell’impianto milanese è comparso il rapper Sfera Ebbasta, affiancato da un gruppo compatto di dieci ragazze, tutte vestite rigorosamente di nero.
Quattro giovani sedevano al suo fianco, mentre le altre sei occupavano le poltrone subito dietro. I video registrati all’ingresso dell’impianto mostrano il musicista fare strada mentre la fila di donne lo segue a passo cadenzato.
Le clip hanno invaso rapidamente le piattaforme social, dividendo gli utenti tra chi ha celebrato il cantante definendolo un “King” e chi ha ironizzato sull’effetto scorta personale.
La regia promozionale e il reclutamento
Dietro la coreografia mostrata a San Siro si nasconde una precisa mossa pubblicitaria. Il cantante ha un nuovo progetto discografico in rampa di lancio e la presenza del gruppo compatto rappresenta un tassello della campagna di comunicazione.
Il ruolo dell’agenzia
Elisa Mazzucchelli, una delle ragazze coinvolte nella sortita allo stadio, ha spiegato la genesi dell’evento. L’incarico è passato direttamente attraverso la sua agenzia di riferimento, ingaggiata per selezionare dieci comparse con precise istruzioni di abbigliamento e comportamento.
La critica di Alberto Pellai sulla rappresentazione di genere
L’episodio ha attirato l’attenzione di Alberto Pellai. Lo psicoterapeuta e scrittore ha analizzato il valore simbolico di quella scena sulle pagine del Corriere della Sera, soffermandosi sulla percezione da parte del pubblico più giovane.
“Un uomo con dieci ragazze, lui davanti, loro dietro. Tutte vestite uguali, praticamente in divisa. Di lui sappiamo tutto, di loro non sappiamo nemmeno il nome”, ha osservato Pellai, contestando l’esaltazione di uno schema che riduce la presenza femminile a mero contorno visivo.
L’esperto ha tracciato un parallelo diretto con la riflessione avviata quasi vent’anni fa dal documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo. Se all’epoca il bersaglio critico era la televisione commerciale con i suoi corpi ornamentali, oggi le dinamiche si replicano identiche su formati verticali come TikTok e Instagram.
La questione non riguarda la libertà dell’artista di strutturare le proprie campagne pubblicitarie, ma la capacità della società educante di decodificare il messaggio. Per Pellai la via d’uscita non risiede nella censura dell’intrattenimento virale, bensì nel potenziamento degli strumenti di lettura critica a disposizione delle nuove generazioni.

