Le ipotesi di riforma delle pensioni al centro del confronto di governo incontrano la netta opposizione sindacale. Il meccanismo di flessibilità in uscita a 64 anni con ricalcolo contributivo integrale rischia di tradursi in una decurtazione economica permanente per migliaia di lavoratori.
A denunciare gli effetti della misura è lo Spi Cgil, che definisce i progetti sul tavolo privi di una reale visione a lungo termine e penalizzanti sia per chi si avvicina al riposo sia per le prospettive previdenziali delle giovani generazioni.
L’impatto del ricalcolo contributivo a 64 anni
L’accesso alla pensione anticipata a 64 anni con 20-25 anni di contributi richiederebbe l’accettazione del ricalcolo puramente contributivo dell’intera storia assicurativa. Per i lavoratori che hanno iniziato a versare contributi prima del 1996, questa clausola determinerebbe una perdita netta compresa tra il 15% e il 20% sull’importo mensile finale.
«Significa perdere centinaia di euro al mese per il resto della vita. Questa non è flessibilità: è un ricatto sociale che punisce chi ha lavorato e versato per decenni», ha dichiarato Adriano Filice, segretario generale dello Spi Cgil Verona.
Il nodo del TFR convertito in rendita
Un secondo fronte critico riguarda l’ipotesi di convertire il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) in rendita per consentire ai lavoratori nel regime contributivo di raggiungere la soglia minima d’accesso, fissata a circa tre volte l’assegno sociale.
Il sindacato contesta l’impiego del salario differito come copertura per le carenze del sistema pubblico. Il TFR rappresenta una tutela economica destinata a spese sanitarie, bisogni della terza età o acquisto della casa, non uno strumento per sgravare lo Stato dai propri obblighi costituzionali.
«Prosciugare risparmi e riserve per raggiungere un diritto non è un’opzione accettabile», ha avvertito Filice, giudicando insufficienti interventi provvisori che non tutelano il potere d’acquisto dei nuclei familiari.
Le proposte sindacali per una riforma strutturale
La piattaforma avanzata dallo Spi Cgil delinea parametri alternativi per superare l’attuale impianto senza decurtare gli assegni previdenziali:
- Uscita con 41 anni di versamenti contributivi indipendentemente dall’età anagrafica e senza penalizzazioni di calcolo.
- Introduzione di una pensione di garanzia per i lavoratori giovani e discontinui.
- Cancellazione dei vincoli minimi di importo per l’accesso alla pensione anticipata contributiva.
- Riconoscimento previdenziale effettivo del lavoro di cura e della gravosità delle mansioni.
La copertura finanziaria di queste misure, secondo la sigla, deve provenire dal recupero dell’evasione fiscale, da prelievi mirati sugli extraprofitti dei comparti finanziario ed energetico e dalla lotta alla precarietà occupazionale per consolidare le entrate dell’Inps.
Nel 2027 scatta l’aumento dell’età per la vecchiaia
Mentre la discussione sui canali di uscita anticipata prosegue senza soluzioni condivise, l’unico automatismo legislativo già certo riguarda la pensione di vecchiaia ordinaria.
A partire dal 1° gennaio 2027 entrerà in vigore l’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita calcolata dall’Istat. L’età minima richiesta per il pensionamento salirà ufficialmente da 67 anni a 67 anni e 1 mese.

