Il confronto sulle risorse per la sanità pubblica riaccende il dibattito economico in vista della prossima legge di Bilancio. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha avanzato la richiesta di almeno 5 miliardi di euro aggiuntivi per il 2027, oltre i 148,5 miliardi stanziati per l’anno in corso.
Secondo l’ultimo report della Fondazione Gimbe, la questione non può essere gestita come una trattativa periodica tra ministeri. L’analisi evidenzia un ritardo strutturale dell’Italia rispetto ai partner internazionali ed europei.
I numeri del divario con l’Europa
Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è scesa al 6,2% del Pil, registrando una flessione rispetto al 6,3% dell’anno precedente. La media dei Paesi dell’area Ocse e dei membri europei si attesta invece al 7,1% del prodotto interno lordo.
Sul piano pro capite, l’Italia destina 3.952 dollari per abitante all’assistenza pubblica. La media europea supera la quota italiana di 1.013 dollari, mentre il dato medio Ocse risulta più alto di 909 dollari.
Calcolato sui quasi 59 milioni di residenti rilevati dall’Istat al primo gennaio 2026, il deficit complessivo rispetto agli standard dei Paesi europei raggiunge i 36,1 miliardi di euro.
La distanza dai partner internazionali
Nella graduatoria Ocse della spesa in rapporto al Pil, l’Italia si colloca dietro a 14 nazioni europee. La Germania investe circa l’11% del Pil nel settore pubblico sanitario, staccando l’Italia di quasi cinque punti percentuali, mentre Francia, Regno Unito e Svezia mantengono un vantaggio di circa tre punti.
Anche guardando alla spesa per singolo cittadino, l’Italia viene superata da economie come Spagna, Repubblica Ceca, Slovenia e Polonia.

L’impatto sui cittadini e le liste d’attesa
La carenza di fondi pubblici incide direttamente sull’accesso ai servizi essenziali. Nel 2024 sono state 5,8 milioni le persone che hanno dovuto rinunciare a visite o esami diagnostici a causa di impedimenti economici o difficoltà logistiche.
Il sistema registra un progressivo allungamento dei tempi per le prestazioni, congestione nei reparti di emergenza e una marcata carenza di medici e infermieri. Questi fattori spingono una fetta crescente di popolazione a rivolgersi a strutture private a pagamento.
La Commissione europea ha formalizzato il problema nel Country Report 2026, collegando le carenze del Servizio sanitario a ripercussioni sull’equità sociale e sulla produttività. Il 10 luglio scorso, il Consiglio dell’Ue ha emanato una raccomandazione specifica per sollecitare l’Italia a garantire cure tempestive e risolvere la carenza di personale.
Le reazioni della politica
I dati di Gimbe hanno provocato la reazione delle opposizioni parlamentari. Marina Sereni, responsabile Salute nella segreteria del Partito Democratico, ha denunciato l’incremento delle diseguaglianze territoriali e la competizione asimmetrica generata dal settore privato.
Peppe De Cristofaro, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra al Senato, ha sottolineato come la riduzione della capacità operativa del sistema pubblico stia trasformando l’accesso alla salute in un privilegio economico, chiedendo un cambio di rotta negli investimenti statali.

