Eclettismo e rigore compositivo definiscono la lunga carriera di Frank Horvat (1928-2020), protagonista di una parabola visiva durata oltre settant’anni. Dalla formazione all’Accademia di Brera agli scambi con maestri come Henri Cartier-Bresson e Robert Capa, l’autore ha firmato reportage per testate come Life, Vogue e Harper’s Bazaar, entrando a far parte dell’agenzia Magnum.
Nel corso dei decenni Horvat ha attraversato generi differenti, spaziando dall’indagine sociale al paesaggio, dal ritratto alla fotografia di moda. Quest’ultima lo ha reso celebre a livello internazionale pur rimanendo un ambito da lui affrontato con distacco critico e spirito dissacrante.
Frank Horvat, autoritratto a Lugano nel 1945.
La retrospettiva alle Terme di Caracalla: 72 scatti in tre capitoli
Il complesso monumentale delle Terme di Caracalla a Roma accoglie la mostra monografica dedicata all’autore, strutturata attraverso un percorso di 72 scatti suddivisi in tre sezioni. L’esposizione mette a fuoco la tensione innovativa del suo linguaggio, lontano dalle convenzioni del tempo.
Nel nucleo Ritratti di donne reali emerge la complicità diretta instaurata con i soggetti femminili, colti al di fuori dell’artificio scenico tipico della ritrattistica classica. La serie Goethe in Sicilia rilegge invece i luoghi descritti dallo scrittore tedesco nel celebre Viaggio in Italia attraverso una sensibilità geografica contemporanea.
La sezione Vere Sembianze documenta la sperimentazione tecnica condotta da Horvat ben prima dell’epoca digitale. Attraverso interventi cromatici e tonali debiti della pittura classica, il fotografo ha impresso sui ritratti una densità visiva orientata a rivelare l’intimità delle protagoniste.
La statua di Santa Rosalia a Palermo, fotografata nel 1981 da Frank Horvat.
Fiammetta Horvat: «Rifiutava l’idea di eleganza»
Nato nel 1928 ad Abbazia e rifugiatosi a Lugano nel 1939 per sfuggire alle persecuzioni contro gli ebrei, Horvat ha vissuto in diversi Paesi stabilendosi infine in Francia. Come spiega la figlia Fiammetta Horvat, curatrice dell’archivio, la scelta di Roma anticipa le celebrazioni per il centenario della nascita previsto nel 2028.
«Mio padre adorava la storia romana e soprattutto il concetto repubblicano di democrazia e libertà», chiarisce Fiammetta Horvat. «Si sarebbe commosso nel vedere le sue opere esposte alle Terme di Caracalla, simbolo della modernità dell’antichità».
Un tratto caratteristico del suo operato riguardava l’avversione per le etichette convenzionali: «La parola ‘elegante’ lo infastidiva profondamente. Cercava la naturalezza, scattando per strada e rompendo con l’artificio degli anni Cinquanta. Preferiva essere chiamato ‘il Robespierre della moda’ perché tagliava le inquadrature, escludendo parti del corpo senza timore reverenziale».
Lo scontro con la moda e il rapporto con il mercato
Negli anni Novanta Horvat decise di disfarsi di una quantità considerevole di pellicole e materiali legati al settore della moda. «Considerava quel lavoro privo di valore e ha buttato via moltissime immagini», racconta la figlia. «Non esisteva ancora un mercato strutturato per la fotografia e non immaginava l’interesse collezionistico futuro».
La riconoscibilità dei suoi lavori risiede in precisi canoni visivi: «Nei suoi scatti i soggetti femminili non sorridono quasi mai. Horvat cercava una tensione seria, costruita su composizioni complesse e stratificate, portando le modelle all’aperto e sfruttando esclusivamente la luce naturale».
Il cappello di Givenchy per Jardin des Modes, Parigi, 1958.
Tra le opere più celebrate figura Il cappello di Givenchy (1958), verso cui l’autore mantenne sempre un giudizio conflittuale. «Mio padre detestava quella foto perché rappresentava l’opposto del suo approccio: era una pura messa in scena da studio. Paradossalmente è lo scatto più richiesto sul mercato e quello che ha sostenuto economicamente la famiglia».
Sul fronte personale, tra le immagini più significative spicca il ritratto Elena, scattato a Lugano nel 1945 su un convoglio verso Zurigo. La relazione tra i due giovani si interruppe a causa delle discriminazioni antisemite della famiglia di lei.
Ritratto di Elena realizzato da Frank Horvat a Lugano nel 1945.
I reportage internazionali segnarono precocemente la sua affermazione professionale, come la documentazione realizzata a vent’anni nel distretto a luci rosse di Heera Mandi a Lahore, in Pakistan, nel 1952. Dagli archivi continuano inoltre a emergere materiali inediti, tra cui lo scatto parigino Monique Dutto con i piccioni del 1959 e fondi documentari relativi al lungo soggiorno in India.
Giovane danzatrice nel quartiere a luci rosse di Heera Mandi a Lahore, Pakistan, 1952.
Riguardo ai cambiamenti tecnologici contemporanei e all’uso dell’intelligenza artificiale, Fiammetta Horvat sottolinea l’attitudine pionieristica del padre: «Era un autore proiettato in avanti. Non guardava al passato con nostalgia e oggi avrebbe certamente integrato i nuovi strumenti generativi nel proprio processo creativo».
Copertina del catalogo monografico Frank Horvat, edito da Electa.
La mostra alle Terme di Caracalla, curata da Fiammetta Horvat, Mathilde Oudin e Nunzio Giustozzi, è promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma guidata da Daniela Porro in collaborazione con Electa. L’esposizione rimane visitabile dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027, accompagnata dal catalogo monografico di 160 pagine edito da Electa.







