La corsa al Leone d’Oro all’83ª Mostra del Cinema
Wild Horse Nine sbarca in concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia con il peso delle grandi aspettative della vigilia. Diretto da Martin McDonagh, già autore de Gli spiriti dell’isola, il lungometraggio del 2026 unisce satira politica sferzante e commedia nera surreale.
Sonia Serafini
Al centro dell’opera emergono il senso della fine e l’ineluttabilità della morte. McDonagh sviluppa queste tematiche ricorrendo a un registro narrativo fatto di malinconia amara e improvvisi squarci ironici.
Dal golpe in Cile del 1973 all’Isola di Pasqua
La vicenda prende il via nel 1973 in Cile, nei giorni immediatamente precedenti al colpo di Stato che porterà al rovesciamento del governo del presidente Salvador Allende. John Malkovich e Sam Rockwell interpretano Chris e Lee, due agenti della CIA con caratteri all’opposto, inviati sul campo per operazioni clandestine di destabilizzazione politica.
La narrazione abbandona presto la terraferma per trasferirsi nell’isolamento dell’Isola di Pasqua. In questo scenario sperduto le tensioni geopolitiche si fondono con i drammi individuali dei due protagonisti.
Malkovich e il tema della mortalità
Il viaggio verso l’isola ha una motivazione clinica ed esistenziale: Chris è affetto da un tumore allo stadio terminale. Tra i dolori costanti placati dalle dosi di morfina, l’uomo pianifica un suicidio assistito da compiere con il supporto del collega Lee.
A 72 anni, John Malkovich commenta il nucleo emotivo del film e il proprio rapporto con il tempo che passa: «Nella mia vita ho sicuramente avuto pensieri di morte, ho 72 anni. È però qualcosa che accade e io vorrei prima vedere crescere le mie nipotine, ad esempio». L’attore definisce la sceneggiatura «un film che si legge ogni 20 anni», chiosando con lucidità: «La morte? Fa parte della vita».


