Il manto stradale tradizionale assorbe fino al 90% della radiazione solare, raggiungendo picchi compresi tra 60 °C e 70 °C nei mesi estivi. Questo enorme accumulo termico viene rilasciato lentamente durante la notte, trasformandosi nel motore principale delle isole di calore urbane.
Per contrastare il fenomeno, l’ingegneria stradale ha introdotto i cosiddetti cool pavements, ovvero pavimentazioni trattate con resine e composti ad alta riflettanza capaci di respingere l’energia solare invece di trattenerla.
La fisica dell’albedo contro il surriscaldamento
La miscela bituminosa standard presenta un indice di albedo estremamente basso, compreso tra 0,05 e 0,10. Ciò significa che quasi l’intera radiazione luminosa incidente viene trasformata in calore.
I trattamenti innovativi elevano l’albedo a valori tra 0,30 e 0,50 mediante l’applicazione di emulsioni acquose, resine epossidiche o acriliche arricchite con biossido di titanio (TiO2), microsfere cave e polimeri nanotecnologici. Questi additivi sono calibrati per respingere lo spettro dell’infrarosso (responsabile del carico termico) senza alterare eccessivamente lo spettro visibile, scongiurando il rischio di abbagliamento per i conducenti.
I monitoraggi sul campo confermano l’efficacia termica del sistema: i rilievi documentano un calo della temperatura della superficie stradale fino a 9 °C e una riduzione della temperatura dell’aria circostante fino a 2 °C.
I limiti tecnici: dai pedoni alla frenata
Nonostante i vantaggi sul bilancio termico della strada, la tecnologia presenta nodi operativi non trascurabili.
L’effetto rimbalzo sui passanti
L’energia solare non viene eliminata, ma deviata. La radiazione riflessa aumenta la Temperatura Radiante Media (MRT) a livello del suolo, investendo chi cammina sia dall’alto sia dal basso. Il risultato paradossale è un aumento dello stress termico percepito dai pedoni, a meno che l’infrastruttura non venga protetta dall’ombra di una fitta piantumazione di alberi.
Aderenza e decadimento prestazionale
Sotto il profilo meccanico, lo strato di vernice riempie i microvuoti superficiali del conglomerato bituminoso, riducendone la rugosità. Questo fenomeno abbassa i coefficienti di attrito e può allungare gli spazi di arresto dei veicoli in transito.
Inoltre, l’azione abrasiva degli pneumatici e il deposito di polveri e residui degradano rapidamente l’efficacia della copertura: studi sul campo indicano che la riflettanza iniziale di circa il 38% scende a quote comprese tra il 19% e il 30% nell’arco di appena 10 mesi di esercizio ordinario.

