Crollo a 5.200 metri e 1.000 vittime in Nepal: il ruolo del caldo record e l’incognita El Niño

Crollo a 5.200 metri e 1.000 vittime in Nepal: il ruolo del caldo record e l'incognita El Niño
Crollo a 5.200 metri e 1.000 vittime in Nepal: il ruolo del caldo record e l'incognita El Niño

La catastrofe che ha sconvolto il Nepal ha riacceso l’allarme globale sulla fragilità delle vette montuose di fronte al riscaldamento globale. Una colata violentissima di detriti e fango ha provocato oltre 1.000 vittime, riaprendo il dibattito sulle cause che hanno innescato il collasso a quote estreme.

L’evento si è verificato mentre prende forma una delle manifestazioni di El Niño più intense mai documentate. Gli scienziati si interrogano sul peso effettivo di questa oscillazione climatica rispetto al progressivo surriscaldamento causato dalle emissioni umane.

Diversi esperti ritengono poco plausibile attribuire una responsabilità diretta a El Niño per questa specifica tragedia. Il fenomeno si trova ancora nelle sue prime fasi di sviluppo e le anomalie riscontrate appaiono pienamente coerenti con il trend termico registrato negli ultimi decenni sull’Himalaya.

Rilevazioni termiche estreme a 5.100 metri

Il cedimento del ghiacciaio si è consumato a circa 5.200 metri di quota, liberando una massa enorme di fango e rocce. Dati strumentali raccolti in un bacino lacustre a 5.100 metri, situato a circa dieci chilometri dal punto di distacco, hanno registrato il picco termico dell’acqua più alto dell’intero anno proprio nel giorno del disastro.

La temperatura del suolo nella stessa area aveva toccato il valore più elevato degli ultimi due anni appena 48 ore prima della frana. Si è trattato della fase più calda in quota mai rilevata in quella finestra stagionale.

Il glaciologo Hamish Pritchard, in forza al British Antarctic Survey, ha evidenziato la dinamica fisica del crollo. Temperature così elevate indeboliscono la coltre nevosa, riempiono d’acqua i crepacci e finiscono per sciogliere i punti di ancoraggio tra roccia e ghiaccio che mantengono la massa in equilibrio.

L’instabilità dei ghiacciai non è un problema limitato al continente asiatico. Dalle Alpi italiane alla Norvegia, passando per la Nuova Zelanda e le Ande cilene, le formazioni glaciali di tutto il pianeta mostrano segni evidenti di cedimento strutturale indotto dal riscaldamento globale.

La minaccia del super El Niño 2026-2027

L’attenzione degli studiosi rimane puntata sull’evoluzione di El Niño-Southern Oscillation (ENSO), il ciclo che altera temperature marine e venti nel Pacifico tropicale. Le sue ripercussioni sono note su scala globale, dallo sbiancamento delle barriere coralline agli incendi boschivi nel Sud-est asiatico.

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Mappa termica delle anomalie nel Pacifico equatoriale elaborata dai sistemi di monitoraggio.

I modelli climatici segnalano che l’anomalia termica superficiale nel Pacifico equatoriale potrebbe toccare un picco di +3,6 °C tra settembre e novembre. Si tratta di oltre un grado in più rispetto al ciclo registrato nel 2024, una soglia che definisce questo evento come un “super El Niño”.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha lanciato l’allarme tramite l’Organizzazione Mondiale del Clima: il pianeta naviga in acque sconosciute che continuano a scaldarsi, alzando il rischio di fenomeni meteo estremi. L’agenzia stima una probabilità vicina al 100% che l’episodio persista almeno fino a febbraio 2027.

Le conseguenze sulle alte quote montane

Gli effetti del fenomeno sulle catene montuose ad altissima quota restano complessi da decifrare con precisione. Storicamente l’area himalayana affronta estati più calde e stagioni dei monsoni più asciutte durante questi cicli.

Kaustubh Thirumalai, professore associato di Geoscienze all’Università dell’Arizona, ha spiegato su Scientific American che i dati storici degli ultimi cinquant’anni mostrano anomalie termiche positive durante l’estate boreale. Questo periodo di giugno, luglio e agosto coincide con la fase più critica per la fusione dei ghiacci e i dissesti di versante.

L’impatto reale sull’area della catastrofe

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Danni e fango sul fondovalle nepalese in seguito all’ondata alluvionale.

La comunità scientifica non dispone ancora di prove per collegare direttamente il collasso nepalese a questa nuova fase dell’ENSO. Il mese di agosto 2026 ha fatto registrare valori termici anomali che hanno accelerato la perdita di coesione della parete glaciale.

Mingfang Ting, docente presso la Columbia Climate School, ha precisato che mentre il caldo fuori scala di agosto è un fatto assodato, la sua correlazione lineare con la genesi di El Niño resta del tutto indimostrata.

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