Alla fine della proiezione stampa nella Sala Grande della Mostra del Cinema di Venezia è sceso un silenzio pesante. Il documentario Naza, inserito nel concorso ufficiale di Venezia 83, ha mostrato per la prima volta dall’interno la macchina tecnologica e militare che guida i bombardamenti sulla Striscia di Gaza.
L’opera è firmata dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già vincitori dell’Oscar 2025 con No Other Land insieme ai colleghi palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Il progetto, realizzato in collaborazione con la testata britannica The Guardian, arriverà nelle sale italiane distribuito da I Wonder Pictures.
L’algoritmo del bersaglio: che cosa significa davvero la parola “Naza”
Nel gergo militare e burocratico dell’esercito israeliano, il termine «Naza» costituisce l’eufemismo utilizzato per quantificare i cosiddetti danni collaterali. Dietro questa sigla si calcola il numero di vite civili che i comandi ritengono sacrificabili prima di autorizzare il lancio di un missile.
I parametri sono rigidi: per un bersaglio di basso rango l’intelligence mette a bilancio circa venti vittime civili, mentre la soglia può salire fino a dieci volte tanto per i vertici dell’organizzazione nemica. In un contesto in cui si contano oltre 73mila persone uccise dall’indomani del 7 ottobre, l’acronimo trasforma la morte di interi nuclei familiari in una formula contabile.
I software “Lavender” e “Where’s Daddy?”
L’eliminazione dei bersagli poggia sull’impiego massiccio di algoritmi predittivi e sistemi di tracciamento avanzati. Il software denominato «Lavender» scandaglia i flussi telefonici e le comunicazioni digitali per redigere elenchi di migliaia di individui da colpire, assumendosi margini di errore calcolati in partenza.
Un secondo programma, battezzato «Where’s Daddy?» («Dov’è papà?»), intercetta invece il segnale dei dispositivi dei figli per determinare l’esatto istante in cui l’obiettivo fa rientro a casa. L’attacco viene ordinato preferibilmente nel cuore della notte, all’interno delle abitazioni, coinvolgendo inevitabilmente donne e minori mentre dormono.
La convalida umana di questi raid si riduce spesso a pochi secondi di verifica formale. «Ti senti Dio, perché ascolti ogni cosa che dicono», riferisce uno dei militari intervistati, ricordando il controllo totale sulle comunicazioni di una dodicenne prima del bombardamento fatale.
Le testimonianze di 24 agenti sui tetti di Tel Aviv
La realizzazione delle interviste ha richiesto tre anni di lavoro sotterraneo. Ventiquattro tra ufficiali in servizio, riservisti e specialisti dell’intelligence hanno accettato di parlare di notte, sui tetti di Tel Aviv, ripresi rigorosamente di profilo, con volti oscurati e voci alterate tramite l’intelligenza artificiale.
I racconti fotografano reazioni psicologiche profondamente contrastanti tra il personale coinvolto nelle operazioni. Alcuni operatori descrivono i compiti svolti con la mentalità tipica dei videogiochi competitivi, rivendicando l’efficacia dei colpi andati a segno come azioni prive di conseguenze morali.
Altri soldati si limitano a trincerarsi dietro la natura tecnica degli ordini ricevuti, mentre emergono confessioni di aperto rimorso da parte di chi ammette la partecipazione diretta a crimini sistematici. «Penso che i nazisti siano il male. E allora io cosa sono?», si domanda uno dei testimoni davanti alla telecamera.
Il ruolo della memoria e il muro del silenzio in Israele
Durante il dibattito veneziano, i registi hanno sottolineato come i riferimenti all’Olocausto siano emersi spontaneamente dai racconti di diversi ufficiali esaminati nel film. Abraham e Szor, entrambi ebrei israeliani discendenti da sopravvissuti alla Shoah, hanno richiamato le riflessioni di Primo Levi sui meccanismi di disumanizzazione che rendono possibile la distruzione di massa nelle case private.
Yuval Abraham ha precisato come questa inchiesta potesse essere condotta esclusivamente da operatori israeliani coperti dal proprio status sul territorio. Una ricerca analoga condotta da professionisti palestinesi avrebbe provocato arresti immediati o conseguenze mortali, in un contesto che vede già oltre duecento giornalisti uccisi a Gaza.
La dirigenza politica israeliana mantiene una netta chiusura sul tema delle vittime palestinesi. Secondo gli autori, le evidenze raccolte e il materiale d’archivio mostrato non sposteranno il dibattito elettorale interno a Israele, protetto da un compatto muro di negazione mediatica e sociale.

