La preferenza per una specifica specie domestica non è casuale. La psicologia analizza da anni come la scelta tra cane e gatto rispecchi l’architettura emotiva e cognitiva degli individui.
Nel 2010 lo psicologo Samuel D. Gosling, docente all’Università del Texas ad Austin, ha pubblicato sulla rivista scientifica Anthrozoös un’indagine condotta su oltre 4.500 partecipanti. I dati raccolti hanno evidenziato nette disparità nei profili personologici dei due gruppi.
All’interno del campione esaminato, il 46% dei soggetti si è dichiarato amante dei cani, mentre appena il 12% ha espresso una chiara preferenza per i felini. La restante parte si è divisa tra chi apprezza entrambi gli animali e chi nessuno dei due.
I tratti Big Five e le divergenze tra cinofili e gattofili
La ricerca guidata da Gosling ha sfruttato il modello dei Big Five, lo standard psicologico impiegato per misurare le cinque grandi dimensioni della personalità umana. Chi predilige i cani ottiene mediamente punteggi più alti in estroversione, coscienziosità e tendenza alla collaborazione.
Al contrario, chi sceglie il gatto registra livelli superiori di apertura all’esperienza e introversione. Emerge anche un punteggio leggermente più elevato nella scala del nevroticismo, indicatore di una maggiore reattività emotiva e propensione all’ansia.
Intelligenza e pensiero astratto
Un’ulteriore indagine della Carroll University, svolta su circa 600 studenti universitari, ha mostrato che i proprietari di gatti ottengono punteggi mediamente migliori nei test cognitivi, in particolare nelle prove di ragionamento astratto.

I ricercatori collegano questo risultato all’interesse diffuso per attività intellettuali individuali, come la lettura e la musica, unite a una minore inclinazione verso l’adesione passiva alle regole convenzionali.
L’identikit psicologico in cinque punti chiave
L’analisi comportamentale individua specifici fattori ricorrenti nelle persone vicine all’universo felino:
- Introversione: bisogno strutturale di momenti di solitudine per ripristinare le proprie energie psicofisiche e prudenza nell’aprirsi a nuove relazioni.
- Tutela dei confini: ricerca di rapporti paritari basati sul rispetto dello spazio personale, lontani da dinamiche di dipendenza o controllo costante.
- Apertura mentale: spiccata curiosità intellettuale per ambiti quali l’arte, la psicologia e le discipline filosofiche.
- Sensibilità agli stimoli: percezione amplificata dell’ambiente circostante, con una tendenza fisiologica a elaborare intensamente tensioni e rumori.
- Autonomia e anticonformismo: percorsi di vita e scelte professionali orientate all’indipendenza, spesso distanti dai tracciati tradizionali.
Sigmund Freud riassumeva questa natura peculiare con un’osservazione tagliente: «I gatti, le donne e i grandi criminali hanno questo in comune, rappresentano un ideale inaccessibile e una capacità di amare se stessi che li rende attraenti».
Amanti dei gatti.
La convivenza con il felino come regolatore fisiologico
«Non si possiede mai un gatto. Semmai si è ammessi nella sua vita», scriveva l’autrice Barbara Reid. Questo legame speculare comporta specifici vantaggi biologici ed emotivi.
Sebbene la vulnerabilità allo stress e la propensione all’isolamento restino rischi concreti per i profili più ansiosi, l’interazione quotidiana con l’animale svolge un’azione stabilizzatrice. Gli studi sull’interazione uomo-animale confermano che accarezzare un gatto e udirne le fusa riduce i battiti cardiaci e favorisce il rilascio di ossitocina, fungendo da efficace modulatore naturale della pressione arteriosa.


