L’84% degli studenti delle scuole italiane impiega ormai regolarmente l’intelligenza artificiale per studiare. Per più di un ragazzo su tre, esattamente il 34,3%, gli algoritmi rappresentano una scorciatoia per archiviare i compiti a casa nel minor tempo possibile.
Il fenomeno tocca ogni materia, dalla stesura di temi e riassunti alle versioni di greco e latino, fino alla risoluzione di problemi complessi di matematica, fisica e chimica. Di fronte a questa invasione digitale, molti docenti hanno già tracciato una linea netta nelle riunioni di inizio anno scolastico: se il compito risulta generato da un modello linguistico, la sanzione è immediata con l’assegnazione di un 4 sul registro elettronico.
I professori individuano i testi artificiali analizzando la struttura priva di imperfezioni e l’uso ricorrente di elenchi puntati, supportati talvolta da software specializzati. Il metodo decisivo resta comunque l’interrogazione orale immediata sul testo prodotto, utile a smascherare chi non comprende ciò che ha formalmente consegnato.
I dati dell’indagine Indire: oltre cinquemila ragazzi a confronto
La dimensione del cambiamento emerge con chiarezza dai dati della ricerca nazionale “Io e l’intelligenza artificiale”, promossa dall’ente ministeriale Indire insieme al Festival dell’innovazione scolastica di Valdobbiadene. L’indagine ha coinvolto 5.342 alunni delle scuole secondarie di primo e secondo grado tra maggio e giugno.
Dallo studio risulta che il 94% degli studenti interagisce con l’IA almeno sporadicamente, mentre il 62% la consulta su base quotidiana o settimanale. Soltanto il 6,7% guarda ancora a questa tecnologia come a un elemento fantascientifico: per il 46,7% è un assistente ordinario e per il 34,3% un mezzo per accelerare il rendimento scolastico.
Se il 76,5% degli intervistati ritiene che questi strumenti aiutino ad apprendere più velocemente, emerge anche una diffusa consapevolezza sui pericoli. Il 44% degli studenti ammette infatti il timore che affidarsi costantemente a una macchina provochi dipendenza intellettuale e riduca la capacità di pensare autonomamente.
«La scuola non può limitarsi a osservare il fenomeno o a regolamentarne l’uso: deve accompagnare gli studenti verso un utilizzo consapevole, responsabile e critico di questi strumenti», spiega Samuele Borri, dirigente tecnologo di Indire. Borri sottolinea come alla confidenza tecnica dei ragazzi non corrisponda sempre la capacità di giudicarne limiti e affidabilità.
La trasformazione in confidente privato
L’impiego dell’intelligenza artificiale tra i banchi non si ferma alla didattica. Il 53% del campione ha dichiarato di essersi rivolto almeno una volta a un chatbot per confidarsi o per cercare un supporto di fronte a un problema personale.
L’inclinazione al dialogo intimo con gli assistenti virtuali raddoppia tra le ragazze rispetto ai coetanei maschi. La tendenza a riversare dubbi ed emozioni sullo schermo cresce inoltre negli allievi più giovani, in particolare tra chi frequenta la scuola media.
I rischi di isolamento sociale
Questa dinamica genera preoccupazione tra gli addetti ai lavori per le ricadute sulla crescita emotiva dei giovanissimi.
«Il rischio non è solo che una macchina venga scambiata per un compagno, ma che di fatto si riduca sempre più la ricerca di compagni reali così come l’esperienza di condivisione dei propri pensieri fra pari e con gli adulti di riferimento», avverte Luigi Ballerini, presidente del comitato scientifico del Festival dell’innovazione scolastica.

