La spinta delle Regioni a regolamentare l’accesso al suicidio medicalmente assistito registra una netta battuta d’arresto da parte della Santa Sede. Dopo i passaggi istituzionali registrati in Veneto, prima giunta a guida centrodestra a muoversi sul fine vita, la Chiesa traccia un perimetro rigido.
A chiarire la posizione ufficiale è monsignor Renzo Pegoraro, arcivescovo e presidente della Pontificia Accademia per la Vita, attraverso un’intervista rilasciata al quotidiano Avvenire: non sussiste alcun diritto all’aiuto alla morte.
Lo stop del Vaticano e la priorità dei bilanci
La linea indicata dall’Accademia pontificia punta l’attenzione sulle tutele sanitarie già previste dalla legislazione italiana. Il contrasto al dolore e l’assistenza al malato terminale devono rappresentare l’unica vera alternativa da garantire in maniera uniforme.
Monsignor Pegoraro chiede allo Stato un impegno vincolante: proporre formalmente i percorsi di terapia del dolore a chiunque si trovi in condizioni critiche, coprendone interamente i costi di attuazione.
Il messaggio economico indirizzato alle forze politiche è esplicito: «Meno armi e più cure palliative». Per l’arcivescovo, chiunque si definisca difensore della vita deve dimostrarlo trovando le risorse necessarie per applicare le norme già esistenti.
Il compito degli eletti cattolici
La frontiera etica fissata per i parlamentari e gli amministratori cattolici si limita a due pilastri: il potenziamento delle reti palliative e il rispetto della volontà del malato di interrompere o rifiutare i trattamenti.
Lo Stato ha l’obbligo di farsi carico della persona vulnerabile fino all’ultimo momento, senza trasformare la risposta clinica in una scorciatoia verso la morte indotta.
Il vincolo della Consulta e la libertà delle Camere
Il pronunciamento della Corte Costituzionale sul tema del suicidio assistito ha definito paletti precisi e restrittivi. Secondo la Pontificia Accademia per la Vita, qualsiasi ipotesi di normativa statale dovrà guardarsi dal superare la strettoia fissata dai giudici delle leggi.
Il Parlamento resta pienamente sovrano. I moniti della Consulta sull’opportunità di una legge nazionale rappresentano indicazioni da ponderare con attenzione, ma non costituiscono alcun obbligo di voto per Camera e Senato.
Resta aperto l’interrogativo sull’effettiva urgenza di varare un testo legislativo per recepire le modifiche minime introdotte dalla Consulta, tema su cui le Camere sono chiamate a un esame di merito indipendente dalle pressioni delle singole giunte regionali.

