Frammenti di ghiaccio prelevati da siti differenti vengono caricati in ceste e portati a spalla fin sopra i 4.000 metri di quota. Una parte appare scura, densa di terra e detriti rocciosi; l’altra è limpida, quasi trasparente.
Nella tradizione locale del Baltistan, regione montuosa amministrata dal Pakistan, questi due elementi vengono classificati come ghiaccio “maschio” e ghiaccio “femmina”. Sistemati insieme in una cavità d’alta quota e lasciati riposare per anni, danno inizio a quello che gli abitanti chiamano il “matrimonio dei ghiacciai”.
La pratica indigena è nota come Gang Khswa, formula che il progetto GLOF-II del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP Pakistan) definisce come un’azione tesa a “nutrire con profondo affetto”. La finalità è puramente idrica: trattenere il ghiaccio in quota per ottenere acqua di fusione indispensabile per irrigare i campi e abbeverare il bestiame nei periodi più secchi.
Il rituale del Gang Khswa oltre i 4.000 metri
La classificazione non ha riscontri nella fisica dei materiali. Nella cultura tradizionale, il ghiaccio “femmina” è chiaro, compatto e considerato più generoso nel rilasciare acqua, mentre quello “maschio” è scuro, mescolato a detriti e ritenuto più resistente al disgelo.
Il punto prescelto per l’operazione si trova sempre in crepacci o grotte poco esposte alla luce solare, a quote superiori ai 4.000 metri. Secondo i documenti tecnici del progetto GLOF-II, sostenuto dal Ministero per il Clima pakistano e dal Green Climate Fund, i blocchi di ghiaccio vengono disposti a strati alternati con noccioli di albicocca, pula di grano, carbone vegetale e acqua.
La struttura viene poi sigillata con pietre e terra per proteggerla dall’irraggiamento. L’intero processo è scandito da recitazioni del Corano e canti tradizionali che si rivolgono al deposito come a un “ghiacciaio bambino”, lasciandolo indisturbato per anni prima di verificare l’avvenuta espansione della massa.
Cosa dice la verifica scientifica
Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Sustainability ha esaminato i risultati dell’innesto in tre villaggi del Gilgit-Baltistan: Gole, Pari e Balghar. L’analisi di 160 questionari familiari ha rilevato una percezione ampiamente favorevole da parte dei residenti, che collegano la presenza del deposito a una maggiore disponibilità idrica e a una migliore resa agricola.
I ricercatori precisano però che queste valutazioni si basano sulla memoria storica e sulle percezioni delle comunità, senza rilevazioni quantitative dirette e prolungate sul volume reale della massa ghiacciata o sulla portata idrica dei torrenti. Anche la Baltistan Culture & Development Foundation ricorda che l’efficacia idrologica della tecnica necessita ancora di conferme sul piano strumentale.
Ricerche antropologiche condotte nell’Himalaya occidentale indicano che queste formazioni antropiche si comportano sul terreno più come chiazze di ghiaccio perenni e protette dal detrito che come ghiacciai nel senso geologico convenzionale.
La crisi idrica nel Terzo Polo e il rischio GLOF
La Baltistan Culture & Development Foundation ha ripristinato dieci siti di glacier grafting nell’area, impiegando maestranze locali con il sostegno del Foreign, Commonwealth & Development Office britannico. Nello stesso contesto sono stati realizzati anche sei ice stupas, strutture coniche in cui l’acqua viene fatta congelare a spruzzo d’inverno per sciogliersi lentamente con i primi caldi.
L’area dell’Hindu Kush-Himalaya, definita dagli esperti il “Terzo Polo”, custodisce la più grande riserva glaciale del pianeta al di fuori delle regioni polari. Dai suoi corsi d’acqua dipendono 240 milioni di persone residenti nelle aree montane e circa 1,65 miliardi nei territori a valle.
I dati dell’International Centre for Integrated Mountain Development (ICIMOD) mostrano che nel Gilgit-Baltistan circa il 90% dell’agricoltura sfrutta direttamente l’acqua di fusione glaciale. Il rapido arretramento dei fronti ghiacciati modifica la posizione delle sorgenti e rende inservibili i sistemi tradizionali di canalizzazione.
Il riscaldamento globale accentua contemporaneamente il rischio opposto. Secondo i censimenti dell’UNDP, nel nord del Pakistan sono presenti 3.044 bacini glaciali, 33 dei quali classificati a elevato rischio di collasso (GLOF), un fenomeno capace di riversare a valle milioni di metri cubi di detriti e fango minacciando oltre 7 milioni di residenti.

