L’Etna non funziona come i manuali di geologia hanno sempre ipotizzato. Il gigante siciliano, attivo senza sosta da 500.000 anni e alto oltre 3.000 metri, non si alimenta semplicemente da una classica camera magmatica ricaricata dalla fusione locale delle rocce.
Una ricerca pubblicata sul Journal of Geophysical Research: Solid Earth e coordinata dall’Università di Losanna ha identificato un meccanismo alternativo. La montagna opera come un grande condotto di scarico naturale, in grado di aspirare materiale fuso rimasto intrappolato per millenni nelle profondità della terra.
La riserva profonda a 80 chilometri di profondità
Il magma che risale in superficie ha una sorgente molto più profonda del previsto. I ricercatori hanno individuato la sua provenienza nella Low Velocity Zone, al confine tra la litosfera e l’astenosfera, circa 80 chilometri sotto il suolo siciliano.
In questa fascia permangono da epoche remote piccole frazioni di roccia fusa. Non si tratta quindi di una massa magmatica creata a comando prima di ogni ciclo eruttivo, ma di sacche preesistenti che attendono le giuste pressioni per farsi strada verso l’alto.
Il cratere sommitale dell’Etna durante una fase di attività.
Le fratture della crosta funzionano come un torchio meccanico. Ogni volta che la dinamica tettonica apre una via di fuga, queste sacche profonde vengono spremute verso la crosta superficiale in modo intermittente.
Il modello dei petit-spot applicato a un gigante
Il principio alla base del fenomeno richiama i cosiddetti petit-spot, scoperti nel 2006 da un team di geologi giapponesi. Si tratta di minuscole formazioni vulcaniche sottomarine che compaiono quando una placca oceanica si piega prima di inabissarsi in una fossa.
Sull’Etna, tuttavia, le proporzioni sono ribaltate. Un processo associato a modesti rilievi sui fondali marini ha generato in Sicilia uno dei complessi vulcanici più imponenti e attivi d’Europa.
Colata di lava attiva lungo i fianchi del vulcano siciliano.
La continuità dell’alimentazione nel corso del tempo ha compensato i volumi ridotti delle singole estrazioni. Centinaia di migliaia di anni di fuoriuscite ripetute hanno progressivamente costruito l’enorme cono visibile oggi.
L’analisi geochimica su mezzo milione di anni di lave
Per validare il modello, gli studiosi hanno esaminato la firma chimica dei basalti eruttati durante le diverse ere della storia etnea. L’archivio delle lave campionate copre un arco temporale di mezzo milione di anni.
I risultati hanno evidenziato un’omogeneità straordinaria nella composizione del magma di partenza. Malgrado l’evoluzione del contesto geologico dell’area ionica, la matrice profonda è rimasta identica, confermando la presenza di un serbatoio costante a 80 chilometri di profondità.
La faglia tra Africa ed Eurasia
La posizione geografica del vulcano rimane il fattore chiave del suo comportamento. L’Etna sorge all’incrocio tra lo scontro della placca africana con quella eurasiatica e le deformazioni legate al blocco ionico.
In questo settore della Sicilia orientale agisce il complesso sistema di faglie transtensionali noto come Aeolian-Tindari-Letojanni. Il movimento di questi blocchi crea le tensioni necessarie per aprire condotti profondi verso la superficie.
La complessa struttura geologica che caratterizza il territorio dell’Etna.
Il vulcano rappresenta quindi la valvola visibile di una frattura litosferica di proporzioni regionali, attraverso cui la terra scarica deformazioni e fluidi.
Una quarta categoria per la vulcanologia
La ricerca introduce una classificazione inedita per l’edificio siciliano. L’Etna non coincide con i tipici vulcani di arco legati alla subduzione e differisce anche dai punti caldi intraplacca stile Hawaii.
Gli scienziati ipotizzano una vera e propria quarta tipologia di vulcano, basata sulla migrazione di melt preesistenti guidata dalla tettonica regionale. Questa scoperta fornisce una chiave di lettura applicabile ad altri sistemi magmatici finora anomali per la geofisica globale.
Emissione di cenere e gas dal complesso vulcanico etneo.
Identificare l’origine profonda della sorgente non consente comunque di prevedere il calendario delle future eruzioni. La risalita del materiale risponde alle variazioni di stress della crosta terrestre, lasciando a sismografi, emissioni di gas e deformazioni del suolo il compito di monitorare le singole fasi di crisi.





