A quasi seimila metri di quota, con il termometro fermo a 15 gradi sotto zero in pieno agosto. Si è conclusa con un pianto liberatorio sulla cima del Kilimangiaro l’avventura di tre escursionisti friulani uniti dalla passione per i viaggi e l’alta quota.
I protagonisti della salita sono Gjulieta Ferataj, 37 anni, insegnante residente a Moggio Udinese, il coetaneo Tommaso Mecchia, artigiano serramentista dello stesso comune, ed Eleonora D’Andrea, 31 anni, insegnante originaria di Rigolato.
Un sogno partito dalla televisione e dal volontariato
Il progetto affonda le sue radici nell’infanzia di Ferataj, cresciuta guardando le puntate di “Alle falde del Kilimangiaro” condotto da Licia Colò. Quell’immagine suggestiva della montagna più alta d’Africa è rimasta impressa nella sua memoria fino a trasformarsi in una spedizione condivisa con Mecchia e D’Andrea.
Per Eleonora D’Andrea l’esperienza sul continente africano era iniziata già due settimane prima della salita. L’insegnante ha infatti svolto quindici giorni di volontariato in Tanzania, offrendo supporto a una onlus attiva nell’assistenza all’infanzia, prima di ricongiungersi con i due compagni di viaggio.
I dettagli tecnici della salita
La vetta del Kilimangiaro, pur raggiungendo i 5.895 metri, non presenta tratti di arrampicata su roccia o ghiaccio. Tecnicamente si tratta di un trekking d’alta quota in cui l’ostacolo principale è rappresentato dalla progressiva rarefazione dell’ossigeno e dai tempi di acclimatazione.
La marcia è iniziata a circa 2.100 metri, punto raggiungibile con i veicoli a motore. Da quella quota la carovana ha impiegato cinque giorni e mezzo di cammino continuo per coprire il dislivello necessario ad avvicinarsi alla cima.

L’intera ascesa ha fatto affidamento su portatori e guide locali, figure essenziali per il trasporto di tende, viveri e materiali da campo. Un supporto logistico e umano che i tre escursionisti hanno segnalato come determinante per il buon esito della spedizione.
L’assalto notturno e le bandiere in cima
L’ultimo balzo verso la vetta è scattato nel cuore della notte per intercettare l’alba sul crinale sommitale. Il mese di agosto coincide con una delle fasi stagionali più rigide sull’acrocoro africano.
Con temperature scese a -15 gradi, l’acqua nelle borracce ha iniziato a congelarsi durante il cammino, mentre la carenza di ossigeno rendeva il ritmo dei passi estremamente lento. Una volta superata la cresta a 5.895 metri, la fatica ha lasciato spazio ai festeggiamenti.
Sul punto più alto del vulcano spento, Mecchia e D’Andrea hanno aperto la bandiera del Friuli. Accanto a loro, Ferataj ha dispiegato il vessillo del Kosovo, suo Paese d’origine.

