Alla Mostra del Cinema di Venezia il dibattito sulle nuove tecnologie entra nel vivo con l’intervento di George Clooney. L’attore e regista statunitense, insignito del Leone d’oro alla carriera, ha preso parte come ospite d’onore al simposio intitolato «Qual è il futuro della creatività nell’era dell’AI?».
Durante il suo intervento, Clooney ha espresso forti perplessità sulla direzione intrapresa dai media contemporanei, spostando il focus dai timori legati all’intrattenimento a quelli inerenti alla tenuta democratica dell’informazione.
L’allarme sull’informazione e il no alla politica
«Sono stato educato con una convinzione: qualunque cosa leggessi era vera, ora invece diciamo alla gente di non credere a ciò che vede», ha dichiarato l’attore dal palco veneziano. Clooney ha sottolineato come la manipolazione digitale dei contenuti rappresenti una minaccia immediata per la percezione collettiva della realtà.
Il nodo centrale della critica riguarda la regolamentazione degli strumenti tecnologici da parte delle istituzioni. «È l’evoluzione del mondo dell’informazione a spaventarmi, più del futuro dello show business, e non mi fido del governo per regolare l’intelligenza artificiale, soprattutto quando ci sono imbecilli al potere», ha attaccato l’interprete.
Interpellato su un suo eventuale impegno istituzionale diretto, l’attore ha escluso categoricamente l’ipotesi: «Resto ottimista e ci tengo, come anche mia moglie Amal, a interessarmi dei problemi del mondo. Però ho 65 anni e a chi mi chiede se voglia entrare in politica rispondo che abbiamo bisogno di nuove persone con idee diverse».
Gyllenhaal: democrazia tecnologica e connessione umana
Al simposio ha espresso le proprie valutazioni anche Maggie Gyllenhaal, presidente di giuria al festival, dove ha presentato il cortometraggio Flesh impact incentrato sulla figura di Marilyn Monroe, interpretato da Dakota Johnson.
«Il tema mi desta curiosità ma anche preoccupazioni», ha spiegato la regista. Gyllenhaal ha posto l’accento sulla disparità economica che caratterizza lo sviluppo algoritmico: «Da una parte l’AI punta sulla democratizzazione ma chi ci guadagna? Ed è vero che da un lato questo strumento risponde alle nostre domande, ma vuoi mettere poter entrare in connessione con la mente di un altro essere umano?».
Il confine etico tracciato da Tornatore
La discussione ha visto protagonista anche il regista Giuseppe Tornatore, che ha rivendicato la centralità dell’autore rispetto agli automatismi informatici. Per il cineasta siciliano, l’intelligenza artificiale rimane un mezzo ideato dall’uomo che non deve in alcun modo assumere una posizione dominante.
«Dobbiamo tornare a sognare per mantenere la priorità dell’essere umano rispetto alla tecnologia», ha rimarcato Tornatore, evidenziando il rischio che i prodotti della creatività travalichino la volontà stessa dei creatori originali.
La «folle promessa d’immortalità» e le repliche digitali
Tornatore ha poi analizzato i recenti utilizzi delle ricostruzioni digitali di interpreti scomparsi, citando la diffusione di materiale audiovisivo inedito: «Giorni fa sono stati pubblicati pochi minuti di un film interpretato da Val Kilmer, ma il problema è che è morto due anni fa. Questo film non lo ha girato lui, ma gli eredi hanno permesso che si realizzasse».
«Anche a me piacerebbe dirigere ad esempio Buster Keaton, ma non vorrei che questo diventasse una folle promessa d’immortalità, come nel caso dei genitori che conversano con la figlia morta da tempo grazie all’AI», ha concluso il regista, indicando l’esistenza di un limite etico invalicabile per l’industria cinematografica.

