Uomo e macchina senza confini: la scienza svela perché siamo già diventati cyborg

Uomo e macchina senza confini: la scienza svela perché siamo già diventati cyborg
Uomo e macchina senza confini: la scienza svela perché siamo già diventati cyborg

L’integrazione tra biologia e tecnologia ha superato la frontiera della fantascienza per radicarsi nella vita quotidiana. Dispositivi che potenziano i sensi, arti bionici e algoritmi stanno trasformando l’esperienza biologica e ridefinendo la percezione stessa dell’identità umana.

Il tema è al centro della quarta edizione di Là Fuori – Festival della Scienza e dell’Arte, in programma dall’11 al 13 settembre a Roma, in Piazzale delle Gardenie nel quartiere Centocelle. La manifestazione gratuita, curata da Insiemi di Scienza APS con TeatroaVista, propone tre giornate di confronto su intelligenza artificiale e trasformazione corporea.

La trasformazione dell’umano tra scelta e autodeterminazione

I confini fisici tra individuo e strumento appaiono sempre più labili, aprendo interrogativi profondi sulla gestione del progresso tecnologico. A chiarire la rilevanza sociale del tema è l’astrofisica Edwige Pezzulli, presidente dell’Associazione Insiemi di Scienza.

«I corpi diventano sempre meno separabili dalle macchine che li accompagnano, li attraversano e, in alcuni casi, li modellano», spiega Pezzulli. L’obiettivo delle giornate di studio è comprendere chi detiene il controllo di questa transizione per evitare derive passive.

«Se ci chiedessimo soltanto cosa diventeremo, resteremmo semplici spettatori di un futuro già scritto. Interrogarci su chi decide, invece, equivale a riappropriarci di un ruolo più attivo e pretendere trasparenza, alfabetizzazione tecnologica diffusa, regole condivise, spazi di partecipazione reale», sottolinea la scienziata.

Neil Harbisson cyborg
Neil Harbisson, primo individuo riconosciuto legalmente come cyborg

Tra i protagonisti della rassegna figura Neil Harbisson, nato con acromatopsia e noto per essere il primo individuo riconosciuto legalmente come cyborg dalle istituzioni. Un’antenna impiantata nel suo cranio converte le frequenze cromatiche in vibrazioni sonore.

Il dispositivo non si limita a supplire a un deficit visivo, ma amplia la percezione umana verso frequenze impercettibili come l’infrarosso e l’ultravioletto. Il corpo umano viene così modificato strutturalmente e cognitivamente.

La plasticità cerebrale e il concetto di corpo esteso

La dimensione neurobiologica del fenomeno è stata approfondita da Salvatore Maria Aglioti, docente di Neuroscienze sociali all’Università La Sapienza di Roma, protagonista dell’incontro Corpo a corpo. Cos’è un cyborg? con la filosofa Barbara Henry e l’attrice Silvia Gallerano.

«Avere un corpo non coincide con il possedere una certa anatomia. È una costruzione continua da parte del cervello, che integra segnali esterni – vista, tatto, movimento – e segnali interni, come il battito cardiaco, il respiro e risposte viscerali», illustra il neuroscienziato.

L’integrazione di strumenti non biologici sfrutta meccanismi plastici già attivi nella nostra specie. L’uso di un semplice bastone da parte di una persona non vedente dimostra come il sistema nervoso possa estendere lo spazio peripersonale a oggetti inanimati.

«Quando un oggetto fornisce segnali visivi, tattili e motori ben sincronizzati, il cervello può arrivare a trattarlo come parte di sé. L’uso ottimizzato di una protesi modifica il senso di appartenenza e induce cambiamenti cerebrali stabili», precisa Aglioti.

L’impatto dell’intelligenza artificiale e la realtà virtuale

L’alterazione dell’esperienza fisica non richiede necessariamente un innesto sottocutaneo permanente. Esperimenti condotti tramite visori di realtà virtuale evidenziano come “indossare” un avatar digitale provochi alterazioni comportamentali e modifiche neurali immediate.

L’intelligenza artificiale agisce direttamente sulle funzioni esecutive modulando decisioni, preferenze e livelli di attenzione. Secondo Aglioti, la dipendenza dagli smartphone riduce già la capacità mnemonica autonoma, configurando una prima forma di potenziamento esterno.

Il nodo centrale dell’avanzamento biotecnologico riguarda infine la giustizia distributiva e la bioetica applicata, in particolare verso la cosiddetta “neurologia cosmetica” finalizzata al mero superamento dei limiti di fatica fisica e mentale.

«La domanda decisiva è: chi potrà permettersi un corpo al massimo delle sue possibilità? Non conta soltanto ciò che una tecnologia consente, ma quali corpi e quali vite considera degni di essere sostenuti», conclude Aglioti.

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