La mattina dell’11 settembre 2001, Francesca Forcella si trovava nel suo appartamento nel Greenwich Village, a breve distanza dalla punta meridionale di Manhattan. Corrispondente dagli Stati Uniti per Mediaset e neomamma di due bambini piccoli, stava accogliendo in casa un’educatrice per la scuola materna quando il primo aereo ha colpito la Torre Nord.
«Mentre facevo questo incontro cercando di presentarmi al meglio, vedevo questa colonna di fumo dalla prima torre colpita», ricorda la giornalista. Quello che inizialmente sembrava un tragico incidente con un velivolo da turismo si è trasformato in un incubo globale quindici minuti dopo, con l’impatto del secondo aereo.
Il pronto soccorso senza ambulanze e la corsa al Tg5
Forcella ha immediatamente interrotto il congedo di maternità per mettersi al lavoro. Prima di raggiungere la redazione, ha scelto di recarsi all’ospedale più vicino per donare il sangue, trovandosi di fronte a uno scenario spiazzante.
«Erano in piedi al pronto soccorso e le ambulanze non arrivavano. Per me è forse una delle immagini più strazianti. C’erano pochissimi sopravvissuti e quelli che arrivavano andavano direttamente nei centri per grandi ustionati», racconta la reporter.
L’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001.
Con i trasporti pubblici bloccati e l’assenza totale di taxi, l’inviata ha recuperato una bicicletta con una gomma bucata dal seminterrato del palazzo per raggiungere e intervistare Lucio Caputo, uno dei primi sopravvissuti italiani. La città è precipitata rapidamente in uno stato di sospensione surreale, aggravato poco dopo dall’incubo delle lettere all’antrace che hanno provocato cinque morti recapitandosi proprio nelle redazioni dei media.
La decimazione dei pompieri e il senso di colpa dei superstiti
Il lutto ha colpito direttamente il quartiere della giornalista, decimando la stazione dei vigili del fuoco più vicina alla sua abitazione. Tutti i membri della caserma sono morti durante i soccorsi, tranne uno: John Ceriello, con cui la cronista è ancora in contatto.
«Lui mi dice sempre: “Non vedo l’ora che l’11 finisca perché si ricordano di tutti noi solo in questo giorno. In realtà noi ce l’abbiamo nella mente ogni singolo giorno”», riferisce Forcella. Tra le vittime figurava anche la recluta più giovane del distaccamento, deceduta durante il suo primo intervento sul campo.
Sopravvissuti come Gina Lippis hanno dovuto affrontare per anni il peso psicologico del senso di colpa. Lippis ha spesso ricordato la disperata salita di quei ragazzi in divisa che intimavano ai civili di fuggire verso l’esterno, andando incontro alla morte certa mentre gli occupanti degli uffici guadagnavano le uscite.
Lo scandalo dell’aria tossica: 170 mila pagine di documenti
Oltre alla devastazione immediata, l’eredità dell’attentato ha continuato a mietere vittime a causa dei fumi respirati per settimane nell’area di Ground Zero. La pubblicazione di 170 mila pagine di documenti ufficiali sulla qualità dell’aria, voluta dal sindaco Mamdani, ha scoperchiato omissioni durate decenni.
«L’Environment Protection Agency diceva di stare tranquilli e che l’aria era a posto. Noi, guardando la cortina di fumo, ma soprattutto respirando quell’odore di morte e circuiti bruciati, sentivamo che non era sicuro», dichiara Forcella. I documenti confermano che le autorità coprirono la presenza massiccia di amianto, benzene e metalli pesanti sprigionati dal crollo degli edifici.
Marcy Borders coperta di polvere dopo gli attacchi dell’11 settembre.
La battaglia per i risarcimenti sanitari
Migliaia di soccorritori e residenti hanno sviluppato nel tempo patologie respiratorie croniche e forme aggressive di cancro. I fondi di assistenza sanitaria hanno registrato decine di migliaia di richieste di indennizzo da parte di chi è tornato ad abitare l’area fidandosi delle rassicurazioni governative.
Per sbloccare il sostegno economico ai familiari dei soccorritori è stato determinante l’intervento del conduttore televisivo Jon Stewart, sceso in prima linea a Washington contro i politici che rifiutavano l’estensione dei fondi. Stewart ha portato i malati terminali nelle sedi istituzionali per costringere il Congresso ad ammettere la correlazione tra le polveri e le morti differite.
La desecretazione delle carte ha fornito valore legale alle istanze di chi accusa i funzionari dell’epoca di aver manipolato i dati per velocizzare la riapertura del distretto finanziario.
I vigili del fuoco al lavoro tra le macerie dell’11 settembre 2001.
Oggi il bilancio delle persone decedute a causa delle malattie contratte respirando le macerie tossiche ha superato il numero delle vittime rimaste uccise durante gli attacchi alle Torri Gemelle. Davanti alle fontane del Memoriale, migliaia di nomi continuano a mancare dal bronzo ufficiale dei monumenti.




