Rimandare la maternità per ragioni professionali, economiche o personali è una realtà consolidata. Di riflesso cresce l’interesse verso il social freezing, la crioconservazione degli ovociti per motivi non medici, ma le informazioni a disposizione restano spesso parziali o fuorvianti.
Giorgia Gobo
Molte donne arrivano alla scelta con ritardo rispetto all’orologio biologico, ignorando la reale spesa complessiva e i limiti imposti dall’ordinamento italiano.
La barriera anagrafica: 35 anni è già il limite massimo
La crioconservazione viene trattata frequentemente come un’opzione di emergenza da valutare superati i 35 anni. A livello biologico l’efficacia decade drasticamente proprio dopo i 36 anni, mentre il momento ideale per procedere si colloca attorno ai vent’anni.
Spiega la ginecologa Monica Calcagni che le richieste arrivano perlopiù da donne di 34-35 anni, o perfino quarantenni convinte di poter bloccare una fertilità già compromessa. Gli esami ormonali preliminari, come il monitoraggio di FSH e AMH, evidenziano subito se la riserva ovarica è sufficiente: valori sfavorevoli indicano una scarsa risposta ai farmaci, rendendo inutile la stimolazione.
Una volta crioconservati, i gameti resistono in azoto liquido per 20 o 30 anni senza perdere le caratteristiche iniziali. L’efficacia finale della fecondazione dipende esclusivamente dall’età che la donna aveva al momento del prelievo.
Costi elevati e tutele a macchia di leopardo
Il percorso non si esaurisce sempre in un solo ciclo. Per accumulare una quantità adeguata di ovuli servono spesso due o tre stimolazioni ormonali consecutive, della durata di circa 15 giorni ciascuna tra punture ed ecografie.
Ogni tentativo costa tra i 3.000 e i 4.000 euro nelle strutture private, a cui si aggiunge un canone di conservazione compreso tra 200 e 500 euro all’anno. Esistono iniziative di supporto come la startup Maggy Care e contributi pubblici circoscritti a Puglia e Toscana, mentre alla Camera è ferma una proposta per un bonus fino a 3.000 euro.
Il vincolo della Legge 40: nessun accesso per le single
Chi congela i propri ovociti in cliniche italiane non può utilizzarli liberamente in un secondo momento. L’articolo 5 della Legge 19 febbraio 2004, n. 40 stabilisce che l’accesso alla fecondazione assistita è riservato unicamente a coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi.
Una donna senza partner stabile non ha il diritto di scongelare e fecondare i propri gameti sul territorio nazionale. L’unica soluzione per le single rimane il trasferimento del materiale biologico verso Paesi con normative differenti, come Spagna o Grecia.
La crioconservazione del tessuto ovarico nei percorsi oncologici
Per le pazienti che affrontano cure chemioterapiche o radioterapiche, la preservazione è garantita dal Servizio Sanitario Nazionale. Le tempistiche delle stimolazioni tradizionali, pari a circa due o tre settimane, entrano però in conflitto con l’urgenza di avviare subito le terapie antitumorali.
L’alternativa è il prelievo laparoscopico di una porzione di tessuto ovarico, programmabile in 48 ore senza farmaci. Il frammento viene sezionato e conservato a -196 °C in azoto liquido, per poi essere reimpiantato al termine delle cure.
I dati del Policlinico Sant’Orsola certificano che la ripresa dell’attività ormonale dopo il reimpianto oscilla tra il 90% e il 100% dei casi, con un tasso di nascite a livello globale vicino al 40%.


