Il 15 febbraio 1962, il presidente della Provincia autonoma di Trento Bruno Kessler annunciò in Consiglio l’apertura di un polo accademico senza precedenti in Italia: l’Istituto superiore di scienze sociali. L’obiettivo dichiarato era preparare una classe dirigente capace di governare le trasformazioni del boom economico.
I corsi partirono nel novembre dello stesso anno con 224 iscritti. A differenza delle facoltà tradizionali, potevano immatricolarsi anche i diplomati degli istituti tecnici, aprendo le aule universitarie a nuovi ceti sociali.
La scommessa di Bruno Kessler nel 1962
Kessler, figura di cattolico riformatore spesso descritto come un “Kennedy alpino”, volle puntare sull’alta formazione per riscattare un territorio periferico. La sua intuizione radunò a Trento docenti destinati a incidere a lungo sul dibattito pubblico, come Francesco Alberoni, Giorgio Galli, Chiara Saraceno, Mario Monti e Romano Prodi.
I Peanuts
Dai banchi di Via Verdi alle cattedre di prestigio
Nelle aule di via Verdi si incrociarono percorsi umani e politici eterogenei. Tra gli iscritti figuravano Marianella Pirzio Biroli, Marco Boato, arrivato da Venezia nel 1963, Guido Rostagno e Margherita Cagol.
Nel 1964 si immatricolò ufficialmente anche Renato Curcio, dopo un anno da esterno. Curcio proveniva da una giovinezza irregolare ed era figlio non riconosciuto di un ufficiale dell’esercito, fratello del regista Luigi Zampa, che ne era poi divenuto tutore legale.
Il 24 gennaio 1966: la prima occupazione universitaria d’Italia
La scintilla della protesta scoppiò sulla richiesta di dare valore legale di laurea al piano di studi di Scienze Sociali. Il 24 gennaio 1966 la sede di via Verdi fu occupata dagli studenti: fu la prima azione di questo tipo negli atenei italiani, anticipando di due anni l’ondata del Sessantotto.
Da quel laboratorio trentino presero forma le istanze dei primi collettivi femministi e le battaglie per i diritti civili degli anni Settanta. Al tempo stesso, da quello stesso gruppo dirigente studentesco partì la deriva armata che portò alla nascita delle Brigate Rosse.
L’intera traiettoria dell’ateneo trentino e delle sue contraddizioni è ricostruita dal giornalista Concetto Vecchio nel saggio Vietato obbedire, ripubblicato da Utet in un volume di 240 pagine.


