A un anno esatto dalla scomparsa di Giorgio Armani, avvenuta venerdì 4 settembre, il modello e attivista Fabio Mancini ha affidato ai social una lettera aperta indirizzata allo stilista. Il messaggio ripercorre un sodalizio professionale e personale durato due decenni.
«È in ogni passo che faccio, nel modo in cui guardo il mondo, nella disciplina che applico a ogni singolo giorno della mia vita», ha scritto Mancini per testimoniare l’impronta lasciata dal designer sulla sua quotidianità.
Vent’anni di lavoro tra passerelle e rigore
Mancini ha rievocato il momento in cui la sua strada si è incrociata per la prima volta con quella del fondatore della maison, quasi vent’anni fa. Lo stilista scelse di puntare su di lui quando il modello era ancora agli esordi.
«Mi ha preso dal nulla, Maestro. Mi ha insegnato a camminare, non solo sulla passerella, ma nella vita», si legge nel post. Mancini ricorda con precisione i gesti di Armani nel backstage: «Il suo tocco fermo sulle mie spalle per correggere la postura, l’ossessione per quel dettaglio che faceva la differenza».
Quel rapporto si è trasformato in un percorso da record per il settore della moda, costellato da innumerevoli campagne pubblicitarie internazionali e sfilate stagionali.
L’eredità da trasmettere ai più giovani
La riflessione di Mancini si concentra sul valore dell’etica del lavoro, sintetizzata in un’idea di eleganza intesa come misura interiore e non semplice esibizione.
Il patto silenzioso e il dialogo con le nuove generazioni
Questo patrimonio di insegnamenti viene ora trasferito ai giovani che Mancini incontra durante i suoi progetti educativi e sociali. L’obiettivo dichiarato è offrire loro la stessa bussola ricevuta a inizio carriera.
«Quando incontro le nuove generazioni, vedo nei loro occhi lo stesso smarrimento che avevo io alla loro età», ha sottolineato il modello. «E allora parlo a loro di lei, del valore del sacrificio, dell’umiltà e del rispetto».
Nel messaggio viene rivelato anche un impegno futuro: «Presto manterrò quella promessa che le ho fatto anni fa. Quel patto silenzioso nato tra noi, che custodisco nel cuore e che sta finalmente per prendere vita, per dare continuità a tutto ciò in cui abbiamo sempre creduto».
Il ricordo oltre l’icona pubblica
Mancini ha preferito separare la celebrazione mediatica del personaggio dal legame umano costruito nel tempo. «L’Italia in queste ore è piena di lei. Parlano del genio, del Re, del mito che ha cambiato la storia. Io guardo quelle pagine e sorrido, perché dietro il titano che tutto il mondo celebra, io vedo l’uomo», ha spiegato.
«Mi manca il suo rigore protettivo, la sua genialità silenziosa. Ma oggi non voglio piangere la sua assenza. Voglio celebrare la fortuna immensa di aver camminato al Suo fianco per metà della mia vita. Grazie per avermi salvato».

