Antonella Di Veroli era una commercialista romana di 47 anni uccisa nell’aprile del 1994 all’interno della sua abitazione nel quartiere Talenti a Roma, mentre Vittorio Biffani era un fotografo con cui la professionista aveva avuto un legame sentimentale, finito a processo per l’omicidio e poi definitivamente assolto con formula piena. Spesso confusi nella memoria collettiva, i due ruoli erano ben distinti: la commercialista era la vittima, mentre Biffani venne tirato in ballo dagli inquirenti a causa di una relazione pregressa e di un debito economico mai saldato di 42 milioni di lire.
A distanza di decenni e dopo una riapertura delle indagini basata sulle moderne tecnologie forensi, la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del fascicolo, lasciando il caso senza un colpevole accertato. Ricostruire con precisione l’identità dei protagonisti e la complessa sequenza processuale permette di fare chiarezza su uno dei misteri romani più discussi.
Chi era Antonella Di Veroli e l’equivoco sull’identità di Biffani
Nel dibattito pubblico sul caso emerge spesso un fraintendimento: si tende a cercare informazioni su un presunto commercialista di nome Biffani. La realtà documentale e giudiziaria chiarisce che la titolare dello studio contabile era unicamente Antonella Di Veroli, stimata professionista che viveva da sola in via Domenico Oliva. Al suo fianco sul lavoro c’era invece Umberto Nardinocchi, socio di studio ed ex compagno della donna.
Vittorio Biffani operava invece nel settore fotografico. L’uomo era entrato nella vita privata della donna in una fase successiva alla rottura con il socio di studio, intrecciando con lei una relazione personale. Oltre al rapporto affettivo, tra i due si era instaurato un passaggio di denaro: la donna gli aveva infatti prestato 42 milioni di lire. Questa somma, rimasta non restituita, divenne il movente principale su cui la magistratura costruì l’accusa a carico dell’uomo.
La dinamica dell’omicidio di via Domenico Oliva
Il delitto avvenne il 10 aprile 1994 nella camera da letto dell’appartamento di Talenti. La donna aveva assunto un farmaco che l’aveva fatta addormentare prima dell’aggressione. Chi entrò in casa sparò alla testa della professionista, ma i colpi non si rivelarono letali.
A provocare la morte di Antonella Di Veroli fu l’asfissia, causata da un sacchetto di plastica sigillato attorno alla testa. Il corpo venne quindi occultato all’interno dell’armadio della stanza, le cui ante furono bloccate con del mastice per impedire la diffusione di odori e ritardarne il ritrovamento.
Soltanto il 12 aprile, dopo due giorni di allarmi lanciati dai colleghi e dai parenti che non la vedevano arrivare al lavoro, avvenne la macabra scoperta. La sorella Carla, insieme a Nardinocchi e a un conoscente in servizio presso le forze dell’ordine, perlustrò a fondo l’appartamento, concentrandosi sull’armadio sigillato.
Le tracce materiali e l’impronta anonima
Nel corso dei sopralluoghi la polizia trovò biancheria macchiata di sangue vicino al letto e un cuscino trapassato dai proiettili. L’elemento più rilevante ai fini della difesa degli imputati emerse tuttavia direttamente dalle ante dell’armadio.
Un’impronta digitale isolata sulla scena del crimine non apparteneva a nessuno dei principali sospettati, indicando la presenza di un terzo soggetto rimasto senza identità.
Questa traccia papillare sconosciuta si rivelò determinante per demolire l’impianto accusatorio iniziale, aprendo un vuoto investigativo mai colmato.
Il percorso giudiziario: dal rinvio a giudizio all’assoluzione
La posizione del socio Umberto Nardinocchi venne archiviata già al termine della prima fase istruttoria. La Procura concentrò quindi tutte le sue attenzioni su Vittorio Biffani, disponendone il rinvio a giudizio nel 1995 con l’accusa di omicidio volontario.
Il dibattimento di primo grado si concluse nel 1997 con una sentenza di assoluzione nei confronti del fotografo. I giudici evidenziarono gravi lacune negli accertamenti dell’epoca e, soprattutto, l’incompatibilità delle tracce biologiche e dattiloscopiche con la figura dell’imputato. L’assoluzione venne confermata nei gradi successivi fino alla Corte di Cassazione, sancendo la totale estraneità di Biffani ai fatti.
| Figura coinvolta | Ruolo e stato giudiziario |
|---|---|
| Antonella Di Veroli | Commercialista, vittima dell’omicidio del 1994 |
| Vittorio Biffani | Fotografo, ex compagno, assolto in via definitiva |
| Umberto Nardinocchi | Socio e compagno storico, archiviato in istruttoria |
| Profilo ignoto | Traccia dattiloscopica isolata sull’armadio, mai identificata |
Dalla riapertura del cold case alla richiesta di archiviazione
Nel luglio 2025 il fascicolo venne formalmente riaperto dalla Procura di Roma. La richiesta di nuove indagini, presentata dal legale della famiglia Giulio Vasaturo, portò la pm Valentina Bifulco a delegare nuovi esami scientifici ai Carabinieri su diversi elementi custoditi nei depositi giudiziari:
- Riesame balistico dei proiettili repertati nel 1994
- Analisi del DNA con marcatori genetici di ultima generazione
- Nuova comparazione digitale delle impronte trovate sull’armadio
Le speranze di dare un nome al profilo rimasto isolato sulla scena si sono tuttavia scontrate con il deterioramento del materiale biologico e l’assenza di corrispondenze decisive nelle banche dati. La successiva richiesta di archiviazione ha chiuso l’ultimo tentativo della magistratura di far luce sulla fine della commercialista romana.
💬 La vicenda di Antonella Di Veroli continua a rappresentare uno dei cold case più complessi della cronaca giudiziaria italiana.
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Il delitto Di Veroli
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Per quale motivo i nuovi accertamenti avviati nel 2025 hanno condotto alla richiesta di archiviazione?
Perché: Le analisi scientifiche hanno incontrato il limite del deterioramento biologico e la mancanza di corrispondenze utili nelle banche dati.
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