Lo stabilimento di Luxottica ad Agordo, in Veneto.
Nell’aprile del 2027 scadrà il mandato di Francesco Milleri nel consiglio di amministrazione di EssilorLuxottica. La scadenza segna uno spartiacque per l’impero industriale fondato da Leonardo Del Vecchio, aprendo una riflessione che va oltre i conti trimestrali.
A Cernobbio, Leonardo Maria Del Vecchio ha posto l’accento sulla necessità di definire la rotta del gruppo per il prossimo decennio. I risultati finanziari attuali restano solidi, ma il mercato chiede indicazioni precise sui futuri driver di crescita.
Tra med-tech e intelligenza artificiale: la sfida tecnologica
Il segmento del med-tech non ha ancora raggiunto volumi comparabili alle attività storiche dell’occhialeria. Parallelamente, la rapida diffusione degli smart glasses solleva interrogativi sul posizionamento strategico del gruppo nella catena dell’intelligenza artificiale.
Resta da chiarire se la multinazionale agirà come semplice produttore hardware per le grandi piattaforme tecnologiche o se controllerà software, dati e servizi. Le recenti oscillazioni del titolo azionario riflettono i dubbi degli analisti sulla tenuta dei margini e sulla concorrenza dei giganti della Silicon Valley.
Secondo Leonardo Maria Del Vecchio, EssilorLuxottica deve adottare una prospettiva a cinquant’anni. La continuità della gestione Milleri richiede un quadro strategico riconoscibile e condiviso.
Leonardo Maria Del Vecchio.
Gli equilibri interni a Delfin
L’assemblea del 2027 rinnoverà il board prima dell’attribuzione di presidenza e deleghe operative. La cassaforte Delfin detiene circa il 32,4% del capitale sociale di EssilorLuxottica, con un limite al 31% dei diritti di voto.
Per incidere, la holding familiare dovrà presentarsi compatta davanti ai soci francesi, agli investitori istituzionali e ai dipendenti-azionisti. Leonardo Maria Del Vecchio ha ridefinito la propria posizione dimettendosi dalla presidenza di Ray-Ban, dal ruolo di chief strategy officer e dalla guida di OneSight per agire esclusivamente da socio.
Il 29 agosto scorso ha inviato una lettera ai revisori di Delfin per verificare la gestione del cda e l’assenza di conflitti d’interesse. A Cernobbio ha ribadito che gli amministratori non possono sostituirsi alla proprietà: “Se decidesse soltanto Milleri, l’holding dovrebbe chiamarsi MilDelfin, o Milfin, non Delfin”.
La ricerca di convergenza tra gli eredi
Archiviata la mancata acquisizione delle quote dei fratelli Luca e Paola per salire al 25% di Delfin, la strategia punta a un’intesa tra i rami familiari. I punti chiave riguardano la gestione delle partecipazioni, la politica dei dividendi e il rapporto con il vertice aziendale.
La conferma, il ridimensionamento o l’avvicendamento di Milleri dipenderanno dalla maggioranza che si formerà all’interno dell’azionariato familiare prima del passaggio assembleare.
Il banco di prova del risiko bancario
Il test immediato per gli equilibri di Delfin riguarda la partecipazione del 17,53% in Monte dei Paschi di Siena. La holding deve scegliere tra l’avanzata di Intesa Sanpaolo e il piano aggregativo proposto dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio con Banco Bpm e Banca Generali.
Leonardo Maria Del Vecchio ha sollecitato un metodo basato sulla redditività dell’offerta, sulle prospettive industriali e sul consenso esplicito dei soci. La gestione del dossier senese chiarirà se il processo decisionale della holding è già mutato in vista del 2027.



