Riciclo plastica al collasso: raccolta su di 50.000 tonnellate, ma gli impianti perdono 11.500 tonnellate al mese

Riciclo plastica al collasso: raccolta su di 50.000 tonnellate, ma gli impianti perdono 11.500 tonnellate al mese
Riciclo plastica al collasso: raccolta su di 50.000 tonnellate, ma gli impianti perdono 11.500 tonnellate al mese

L’Italia detiene da anni un primato continentale nel recupero degli imballaggi, ma la rete industriale non regge più il ritmo dei conferimenti. Il sistema mostra segnali evidenti di saturazione da nord a sud, esponendo il Paese al rischio concreto di dover fermare la raccolta.

Il paradosso nazionale resta marcato: l’Italia consuma più acqua minerale in bottiglia di qualunque altro Paese europeo, generando circa 61 chili di scarti plastici pro capite all’anno. Finora una filiera efficiente ha permesso di recuperare oltre il 50% degli imballaggi immessi al consumo, ritardando il Plastic Overshoot Day italiano al 5 novembre, a fronte di una media globale scattata già il 6 settembre.

La forbice tra raccolta e capacità di trattamento

Nel primo semestre del 2026 i cittadini hanno conferito 50 mila tonnellate di plastica in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un incremento medio di oltre 8 mila tonnellate mensili. Nello stesso arco temporale, la capacità di selezione della rete industriale è crollata di 11.500 tonnellate al mese.

A determinare questo cortocircuito sono stati molteplici fattori concomitanti: diversi incendi hanno reso inagibili strutture chiave, mentre altri stabilimenti sono stati fermati per improrogabili interventi di revamping necessari a non perdere i fondi stanziati per l’ammodernamento.

I centri comprensoriali di conferimento e pressatura si trovano sotto una pressione senza precedenti in regioni come Sicilia, Puglia, Campania, Lazio e Marche.

Il caso critico della Sardegna

La situazione più complessa si registra in Sardegna, dove gli impianti locali riescono a trattare appena un terzo della plastica raccolta sul territorio. I restanti due terzi devono essere imbarcati e trasferiti via mare verso gli stabilimenti della penisola.

Questo meccanismo genera un’impennata dei costi logistici e contribuisce a saturare i poli di trattamento del continente, già operativi al limite delle autorizzazioni di stoccaggio previste dalla legge.

Il pericolo reale del blocco della differenziata

I siti di stoccaggio e lavorazione dispongono di limiti precisi sui volumi di materiale trattenibile. Quando gli impianti finali si riempiono, scatta una reazione a catena che risale l’intera filiera fino al rifiuto del carico ai cancelli dei centri di raccolta municipali.

Senza valvole di sfogo immediate, l’alternativa si riduce a due sole vie: dirottare i flussi verso lo smaltimento in discarica o interrompere il ritiro stradale e porta a porta dei cassonetti.

La pressione estiva legata ai flussi turistici ha esasperato la tenuta della filiera, spingendo gli operatori a reperire magazzini di emergenza per evitare l’interruzione del servizio pubblico.

Regole disattese e concorrenza estera

Oltre al deficit strutturale di impianti, il comparto sconta l’arrivo di polimeri riciclati a basso costo dai mercati extra-UE, dove i produttori non sostengono i costi energetici, ambientali e di conformità imposti dalle direttive europee.

Sul piano interno restano inattuate normative chiave come i Criteri Ambientali Minimi (CAM), che imporrebbero alla pubblica amministrazione di acquistare almeno il 30% di prodotti in plastica riciclata, un obbligo privo di sanzioni e sistematicamente ignorato.

Resta ferma anche la soglia sull’utilizzo del combustibile solido secondario (CSS), ottenuto dalle frazioni plastiche non riciclabili: la normativa nazionale ne limita l’impiego nei cementifici al 20% in sostituzione del carbon coke, contro quote superiori al 70% già operative nel resto d’Europa.

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