Si è spento all’improvviso a 69 anni Andrea Angeli, nella sua abitazione di Macerata dove aveva scelto di tornare a vivere. Per quasi quattro decenni è stato il volto operativo e il punto di riferimento delle missioni internazionali targate Onu e Unione Europea.
Rispondeva al telefono con un secco «Urdhëron», formula militare albanese per indicare piena disponibilità al servizio. Quella parola riassumeva l’intera esistenza di un mediatore instancabile, capace di costruire ponti tra vertici diplomatici, truppe sul terreno e cronisti inviati al fronte.
Andrea Angeli, funzionario Onu e portavoce internazionale in zone di conflitto.
Quarant’anni sul fronte delle crisi globali
Dalla Cambogia al Cile degli anni Ottanta, passando per la Namibia, Timor Est, l’Albania e l’Afghanistan, Angeli ha attraversato i teatri bellici più caldi del pianeta. Lo storico inviato europeo Javier Solana lo definì l’uomo «che c’era sempre», mentre Bernardo Valli ne celebrò l’audacia di muoversi a Nassiriya privo di armi o scorte armate.
Nonostante avesse raggiunto l’età della pensione, le Nazioni Unite lo richiamarono otto anni fa per gestire la complessa scacchiera del Kosovo. Nessun funzionario internazionale possedeva la sua memoria storica e la sua rete di contatti nell’area balcanica.
Durante l’ultimo rientro, alla biglietteria del porto di Ancona per imbarcarsi verso Spalato, l’addetta riconobbe il suo nome dai registri delle traversate dei primi anni Novanta. Lui replicò ironico: «Mi guardi meglio: le sembro così invecchiato?».
Lo stile impeccabile tra deserto e macerie
La sua resistenza fisica e l’eleganza formale erano leggendarie tra colleghi e reporter. Sfoggiava giacca, cravatta e blazer blu persino sotto il fuoco dei mortai a Sarajevo o tra la polvere irachena.
Compì una traversata in solitaria da Pristina fino in Iraq a bordo di una Fiat Panda, estraendo dal bagagliaio una camicia stirata subito dopo l’arrivo. In un’altra occasione superò le nevi balcaniche senza catene su una vecchia Renault 4 pur di raggiungere un plotone di bersaglieri isolati.
Il disincanto diplomatico e la visione lucida
Non si abbandonava a facili entusiasmi circa l’esito dei contingenti di pace. Ripeteva spesso che gli interventi occidentali rischiavano di apporre semplici toppe su tessuti ormai logorati, predicendo con largo anticipo il collasso istituzionale a Kabul.
Alle tensioni del campo opponeva una compostezza ferrea, infranta in rarissime occasioni. Perse la pazienza soltanto dinanzi a un parlamentare italiano a Sarajevo che pretendeva la censura dei servizi televisivi nell’ora dei pasti.
I maestri, la politica e i dolori privati
Formatosi a New York lavorando al fianco di Bettino Craxi, considerava modelli professionali Bernard Kouchner e Carl Bildt. Dalle stanze del Palazzo di Vetro alle trincee, Angeli scelse di dormire sulle brandine degli avamposti anziché godersi le residenze a Manhattan e Roma.
Proteggeva il lavoro della stampa guidando i reporter oltre i bollettini precotti delle cancellerie. Fu visto cedere all’emozione solo alla scomparsa di persone a lui legate: la morte del caporale Matteo Vanzan in Iraq, i funerali del leader kosovaro Ibrahim Rugova e l’attentato dinamitardo in cui morì a Baghdad Sergio Vieira de Mello.


