Crepet sul caso di Firenze: “Parlare di raptus è parapsicologia, manca l’anticorpo alla sconfitta”

Crepet sul caso di Firenze: "Parlare di raptus è parapsicologia, manca l'anticorpo alla sconfitta"
Crepet sul caso di Firenze: "Parlare di raptus è parapsicologia, manca l'anticorpo alla sconfitta"

Definire un omicidio come un “raptus improvviso” significa ignorare la realtà dei fatti. Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet interviene duramente sulla vicenda di Firenze legata a Federico Vella, escludendo categoricamente l’idea dell’impulso incontrollabile.

“Parlare di raptus è parapsicologia”, spiega Crepet. In dinamiche di questo tipo l’epilogo violento è frutto di meditazione, segnali ignorati e un percorso prevedibile.

La maschera del “bravo ragazzo” e le relazioni superficiali

Le testimonianze di amici e conoscenti descrivono spesso questi soggetti come individui tranquilli, posati, insospettabili. Per Crepet si tratta di una lettura del tutto parziale, figlia di rapporti privi di profondità.

I compagni di palestra o i conoscenti occasionali si fermano all’apparenza fisica, ai muscoli sollevati su una panca, senza mai esplorare cosa accada davvero nella mente della persona. Manca il confronto reale, la confidenza che emerge durante una serata trascorsa a parlare dei propri problemi.

Dietro la facciata si nascondono silenzio, solitudine e un’estrema fragilità emotiva, capace di andare in frantumi davanti a un semplice addio.

L’incapacità di gestire il fallimento

Chi reagisce con violenza estrema all’interruzione di una relazione manifesta un vuoto strutturale nella gestione della frustrazione. Il fallimento relazionale viene percepito come la fine assoluta della propria esistenza.

Davanti all’abbandono scatta un meccanismo distruttivo immediato: “Lei mi lascia? La faccio fuori e mi ammazzo”. L’ultima telefonata effettuata da Vella alla madre evidenzia proprio il ruolo centrale che la figura materna continua a ricoprire sul piano emotivo in queste dinamiche.

Genitori iperprotettivi e assenza di difese

Questo deficit ha radici nell’infanzia e nei modelli educativi contemporanei. Si formano generazioni prive di strumenti per affrontare gli ostacoli.

  • Bambini a cui viene evitato ogni dispiacere o caduta accidentale.
  • Genitori che contestano gli insegnanti davanti a un voto negativo o a una nota scolastica.
  • Ragazzi cresciuti nella convinzione che ogni loro pretesa debba trovare immediato accoglimento.

Senza l’abitudine alla perdita, il primo vero “no” imposto dal mondo esterno provoca una reazione sproporzionata. Individuare i primi campanelli d’allarme è indispensabile: dal fastidio verso le uscite con le amiche all’irritazione immotivata per una battuta sugli ex.

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