Il riscaldamento globale non è l’unica minaccia diretta per il ghiacciaio Khumbu, la gigantesca massa di ghiaccio sul versante nepalese dell’Everest. A erodere la superficie ghiacciata contribuisce in modo consistente l’impronta termica diretta lasciata da migliaia di scalatori, guide e operatori logistici.
Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Regional Environmental Change, il calore generato da cucine da campo, generatori a combustibile e migliaia di litri di deiezioni liquide scaricate sul posto produce un impatto locale tutt’altro che marginale.
Una città temporanea a oltre 5.000 metri
Situato a 5.364 metri di altitudine, il campo base dell’Everest si trasforma ogni primavera in un centro abitato da circa 2.000 persone. L’accampamento moderno offre servizi ad alto consumo energetico: connessione internet veloce, riscaldamento a pavimento nelle tende comuni, docce calde e cucine professionali.
Nei circa cinquanta giorni della stagione alpinistica analizzata, le quasi 1.600 tende allestite hanno richiesto l’impiego di 824 bombole di GPL, 18.935 litri di cherosene e 5.130 litri di benzina. I ricercatori hanno calcolato che la sola combustione di queste risorse ha liberato calore sufficiente a fondere circa 2.338 tonnellate di neve e ghiaccio.
Il ghiacciaio Khumbu sul versante nepalese dell’Everest
L’impatto termico dei reflui umani
Oltre ai combustibili fossili, lo studio evidenzia un fattore finora poco considerato: il volume dei fluidi corporei riversati direttamente sull’area. Per prevenire il mal di montagna a quote estreme, ogni persona deve bere grandi quantità di liquidi, portando la produzione complessiva di urina al campo a oltre 6.000 litri al giorno.
Il trasferimento di calore a 37 gradi
Mentre i rifiuti solidi vengono imballati e trasportati a valle, i liquidi finiscono quasi interamente sul ghiaccio. Uscendo dal corpo a una temperatura vicina ai 37 °C, l’urina agisce come una fonte termica attiva a contatto con la superficie ghiacciata.
I calcoli dello studio indicano che il calore ceduto dai reflui durante una singola stagione equivale alla fusione di circa 154 tonnellate di ghiaccio. Sommando carburanti e scarti organici, l’energia termica immessa ammonta a circa 849.000 megajoule, sufficienti a sciogliere quasi 2.500 tonnellate di superficie.
La vetta dell’Everest
Riscaldamento raddoppiato rispetto alle aree vicine
Le rilevazioni satellitari Landsat effettuate tra il 1991 e il 2023 confermano l’anomalia termica. La temperatura superficiale registrata nel perimetro del campo base è cresciuta a un ritmo medio di 0,28 °C all’anno, un valore doppio rispetto alle porzioni adiacenti del ghiacciaio non occupate dall’uomo.
I dati sollevano dubbi definitivi sulla sostenibilità dell’insediamento nella sua collocazione storica. Gli studiosi suggeriscono la necessità di spostare la struttura su due aree stabili individuate a sud-ovest dell’attuale sito, per evitare che l’attività turistica continui a dissolvere il terreno su cui poggia.



