I numeri certificano una rottura profonda nel mercato dell’alto di gamma: 60 milioni di consumatori hanno abbandonato gli acquisti tra il 2020 e oggi. I dati elaborati da Bain indicano che la fuga riguarda la clientela aspirazionale, pari a circa il 15% dell’intera platea globale del comparto.
A pagare il conto più pesante sui listini finanziari è il colosso Lvmh. La holding proprietaria di marchi come Louis Vuitton, Dior e Veuve Clicquot ha visto la propria capitalizzazione di mercato crollare a 213 miliardi di euro, dimezzandosi rispetto al record toccato nel 2023, quando superò per prima in Europa la soglia dei 500 miliardi di dollari.
La flessione azionaria si è consumata paradossalmente a fronte di utili annuali pari a 17,8 miliardi di euro, un risultato superiore di oltre il 50% rispetto al dato pre-pandemia del 2019. L’analisi del Financial Times evidenzia come le guerre, i tassi d’interesse e l’inflazione abbiano azzerato il cosiddetto feelgood factor che storicamente sostiene le spese voluttuarie della classe media.
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La trappola dei listini e il nodo successione in Lvmh
Secondo l’analista Flavio Cereda della società Gam, il titolo Lvmh è diventato il termometro con cui i mercati scommettono sull’andamento della spesa media. La quota di clientela ultra-facoltosa non basta a bilanciare la dipendenza dagli acquirenti aspirazionali, esponendo le azioni alla speculazione degli hedge fund.
Sul piano del governo societario, il passaggio generazionale resta congelato. Il fondatore Bernard Arnault, all’età di 77 anni, ha frenato le ipotesi di successione annunciando agli investitori che il tema verrà affrontato solo tra sette o otto anni.
A pesare sulla fuga dei clienti è anche la politica dei prezzi: per compensare i rincari energetici e della catena logistica, molte maison hanno aumentato i listini tra il 50% e il 70% rispetto al 2019. L’incremento ha allontanato i compratori non patrimonializzati, privi di fedeltà verso rincari giudicati sproporzionati.
La polarizzazione del mercato: chi regge l’urto
La crisi non colpisce l’intero settore allo stesso modo. I marchi impegnati in complesse riorganizzazioni interne come Burberry e il gruppo Kering, controllante di Gucci, hanno evidenziato i cali più marcati.
Al vertice opposto tengono banco Hermès e l’italiana Brunello Cucinelli. Il gruppo francese scambia a 1.457 euro per azione alla Borsa di Parigi con una capitalizzazione di 152 miliardi, superando l’andamento generale del listino Cac 40.
L’oro e le gemme battono la pelletteria
Nei contesti di instabilità, le preferenze di acquisto si sono dirette verso i beni rifugio. Il gruppo svizzero Richemont, che controlla maison come Cartier e Van Cleef & Arpels, ha registrato una crescita azionaria del 28% nell’arco di sei mesi, superando i 100 miliardi di euro di valore.
La dinamica è stata riassunta dal fondatore di Yoox, Federico Marchetti: con i livelli di prezzo correnti, il consumatore preferisce impiegare 10.000 euro su un gioiello anziché spenderne 7.000 per una borsa in pelle.
Le rotte geografiche della ripresa
I segnali di ripartenza restano diseguali su scala globale. La Cina mostra timidi riscontri di ripresa dopo mesi di calo degli acquisti di beni occidentali, condizionata dalla polarizzazione geopolitica e dal rallentamento economico interno.
Le prospettive più solide provengono invece dal mercato degli Stati Uniti e dalla Corea del Sud, quest’ultima trainata dal boom delle esportazioni di semiconduttori e componentistica tech. Gli analisti continuano a inquadrare la flessione attuale come un fenomeno ciclico, destinato a rientrare non appena la classe media occidentale ritroverà stabilità finanziaria.


