Valter Lavitola si presenta davanti ai giudici del Tribunale del Riesame per tentare di lasciare il carcere di Rebibbia e ottenere gli arresti domiciliari. Anche in caso di accoglimento dell’istanza, l’ex editore non potrà rientrare nella propria abitazione di Roma.
La compagna italo-argentina, legata a lui fin dagli anni della latitanza, ha interrotto i rapporti e ha formalizzato la rottura davanti alle forze dell’ordine.
Il no della compagna all’accoglienza domestica
A fine agosto la donna ha revocato ufficialmente ai carabinieri la disponibilità a ospitare Lavitola nella casa dove vive insieme ai loro figli. È stata ritirata anche l’opzione di impiegarlo nel ristorante romano Cefalù, di cui lei è amministratrice, per un ipotetico percorso di affidamento in prova ai servizi sociali.
A determinare la decisione hanno contribuito le risultanze delle intercettazioni telefoniche e le dichiarazioni rilasciate a Libero da Adriana Limares, che si è presentata pubblicamente come fidanzata dell’imprenditore. Due lettere inviate da Lavitola dalla cella per ricucire il legame sono rimaste senza risposta.
L’inchiesta sui crediti di carbonio in Africa
La Procura di Roma sta vagliando i documenti relativi alle attività di Lavitola all’estero, in particolare nel mercato dei carbon credit. L’attenzione dei magistrati si concentra anche sui contatti con Sigfrido Ranucci e su un’intervista rilasciata dal giornalista al quotidiano dello Zimbabwe The Standard.
Il testo dell’articolo, poi rimosso dal web in seguito alle perquisizioni, descriveva un raggiro subìto da investitori italiani per mano di operatori locali. Dagli atti emergono scambi di email in cui il conduttore televisivo chiedeva all’imprenditore informazioni sull’identità del presunto truffatore prima della pubblicazione.
L’ex socio locale, Benjamin Chimutengo, ha reagito duramente annunciando iniziative legali in Italia. Chimutengo sostiene che l’intervista sia stata utilizzata all’interno di una strategia orchestrata da Lavitola per colpirlo sul piano reputazionale sfruttando la visibilità mediatica del giornalista.
La strategia difensiva e la memoria di 60 pagine
Davanti al Riesame, la difesa guidata dagli avvocati Sergio e Arturo Cola ha depositato un documento di 60 pagine, accompagnato da dichiarazioni spontanee dell’indagato. L’obiettivo primario è far cadere l’aggravante del metodo mafioso e ridiscutere la qualificazione delle accuse.
Durante il primo interrogatorio di garanzia, Lavitola aveva ammesso di aver pianificato l’intimidazione, sostenendo di voler provocare un potenziamento delle misure di scorta destinate a Ranucci. Per l’accusa, il piano puntava invece ad accrescere il consenso pubblico dell’amico in vista di una possibile discesa nell’agone politico.
I difensori escludono il pericolo di fuga ricordando che Lavitola ha comunicato i propri spostamenti agli inquirenti anche dopo aver saputo dell’indagine a suo carico, quando una perquisizione a luglio gli impedì di imbarcarsi per l’Africa.

