La corsa al Leone d’Oro entra nella sua fase determinante all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Tra i 21 lungometraggi in concorso ufficiale, la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal deve individuare l’opera capace di imporsi per audacia e visione stilistica.
Le preferenze espresse al Lido da accreditati e stampa specializzata hanno delineato una rosa ristretta di pretendenti. Cinque titoli si sono distinti nettamente per impatto narrativo, consenso critico e peso produttivo.
Wild horse nine di Martin McDonagh
Martin McDonagh firma un’opera sferzante che unisce i meccanismi della commedia buddy movie alla satira politica sulle operazioni della CIA. Il film ha ottenuto un’accoglienza calorosa sia dagli addetti ai lavori italiani sia dai reporter internazionali durante le proiezioni al Lido.
La scrittura ritmata dell’autore britannico-irlandese concede ampi spazi ai dialoghi taglienti, confermando la solidità drammaturgica già premiata in passato per Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola.
La coppia d’interpreti in corsa per la Coppa Volpi
Sam Rockwell e John Malkovich guidano il cast con un’alchimia performativa che li pone immediatamente tra i candidati più forti per i riconoscimenti alla recitazione. I due attori incarnano un duo di agenti sopra le righe, sostenendo un intreccio narrativo denso e privo di tempi morti.
Look back di Hirokazu Koreeda
Hirokazu Koreeda porta in concorso l’adattamento cinematografico di un’opera già nota al pubblico in formato manga e anime. Al centro della trama ci sono due ragazze legate per tredici anni dall’ambizione condivisa di affermarsi come autrici di fumetti.
Il cineasta giapponese, già Palma d’oro a Cannes nel 2018 con Un affare di famiglia, punta su una cifra stilistica poetica e delicata. L’accoglienza della critica italiana è stata entusiasta, mentre i giudizi internazionali si sono rivelati più eterogenei.
La narrazione affronta l’elaborazione del dolore personale attraverso il potere consolatorio del disegno, puntando dritto alla sensibilità della presidente di giuria.
Possible love di Lee Chang-dong
A otto anni di distanza da Burning, il maestro sudcoreano Lee Chang-dong torna alla Mostra con Possible love (Ga-neung-han sa-rang). L’opera parte da un fatto reale della cronaca coreana: un licenziamento di massa seguito dalla violenta repressione delle proteste operaie.
La pellicola sviluppa un’indagine rigorosa sulla frattura tra classi sociali, ambientata negli spazi di una villa affacciata sul mare. La messa in scena richiede rigore allo spettatore ma restituisce una potente testimonianza civile.
Il titolo guida attualmente l’indice di gradimento della stampa internazionale accreditata al Lido, candidandosi autorevolmente al premio principale.
Woman unknown di May el-Toukhy
La regista May el-Toukhy affronta il dopoguerra danese attraverso una prospettiva inconsueta, concentrata sul corpo femminile come territorio di scontro ideologico. Protagonista è una domestica a un passo dal matrimonio con un facoltoso industriale, minacciata dalle ombre del proprio passato.
La sceneggiatura approfondisce il dramma delle cosiddette collaboratrici orizzontali, donne perseguitate e marchiate per aver intrattenuto relazioni con le truppe d’occupazione tedesche. Il racconto evidenzia dinamiche di spietatezza sia tra i vincitori sia tra le vittime stesse.
Unica regista donna a concorrere in solitaria per il massimo riconoscimento, el-Toukhy porta una prospettiva formale che potrebbe intercettare pienamente il favore del collegio dei giurati.
DAU di Ilya Khrzhanovsky
Con le sue tre ore e mezza di durata, DAU rappresenta il tassello originario dell’imponente progetto multimediale avviato oltre vent’anni fa da Ilya Khrzhanovsky. Il film esplora la figura del fisico Lev Landau e le dinamiche coercitive dei regimi totalitari sovietici.
L’opera è il frutto di tre anni di riprese continue realizzate su un set di 12.000 metri quadrati allestito alla periferia di Kharkiv, coinvolgendo migliaia di persone calate in un isolamento temporale filologico.
La presenza dell’opera al Lido ha sollevato proteste da parte del Ministero degli Esteri ucraino, respinte dalla Biennale che ha rivendicato la natura della coproduzione europea (Germania, Francia e Svezia) e la scelta del regista di rinunciare alla cittadinanza russa nel 2024.

