I nodi tecnici dell’uscita a 64 anni
L’ipotesi di consentire il ritiro dal lavoro a 64 anni con soli 25 anni di contributi e ricalcolo contributivo, avanzata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, presenta falle strutturali evidenti. A confermarlo è Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, secondo cui l’anticipo a 64 anni regge solo a fronte di almeno 40 anni di contribuzione effettiva.
Consentire l’uscita anticipata a 25 anni di versamenti costringerebbe lo Stato a intervenire finanziariamente dopo pochi anni per ripianare l’assegno. La sostenibilità del modello impone inoltre un tetto rigidissimo alla contribuzione figurativa, che non dovrebbe superare i due o tre anni complessivi.
Il costo delle pensioni minime a mille euro
Portare i trattamenti minimi a 1.000 euro al mese richiederebbe una spesa strutturale pari a 18 miliardi di euro. Nel 2026 l’assegno minimo INPS si attesta a 611,85 euro mensili, cifra che sale a 619,80 euro considerando l’incremento transitorio dell’1,3%.
Questo aumento graverebbe su una platea composta in larga parte da trattamenti di natura assistenziale. Il 44% dei pensionati attuali conta circa 20 anni di contributi, di cui 8 o 10 figurativi; senza l’integrazione al minimo, tali posizioni genererebbero importi reali compresi tra 200 e 250 euro al mese.
L’impatto sul debito e il nodo demografico
Il totale dei pensionati in Italia ha raggiunto quota 16 milioni e 400mila persone, registrando un incremento di 100mila unità nell’ultimo anno e di 400mila rispetto ai 16 milioni rilevati nel 2019. Con bassi tassi di occupazione e un debito pubblico elevato, l’espansione della spesa assistenziale mina l’equilibrio dell’intero circuito previdenziale.
Età pensionabile e scatti di aspettativa di vita
Il congelamento degli adeguamenti automatici dell’età pensionabile alla speranza di vita rischia di compromettere la tenuta del sistema nei prossimi 10-15 anni. Le tabelle fissate dalla Legge di Bilancio 2026 prevedono un incremento dell’età di uscita di un mese nel 2027 e di ulteriori due mesi nel 2028, sia per la vecchiaia sia per la pensione anticipata.
Bloccare questo meccanismo per fini elettorali genera uno squilibrio immediato tra lavoratori attivi e assegni erogati. Senza il costante allineamento alla longevità demografica, i conti dell’INPS non dispongono dei margini necessari per reggere l’onda dei trattamenti in pagamento.
Modello tedesco e sviluppo della previdenza complementare
L’applicazione in Italia di un sistema a capitalizzazione sul modello svedese o tedesco, che in Germania debutterà nel 2028 con un prelievo del 2% sui salari, risulta irrealizzabile. Con un’aliquota contributiva già fissata al 33% tra quota a carico del dipendente e quota aziendale, non sussistono margini per ulteriori prelievi obbligatori.
La vera riserva di stabilità risiede nel secondo pilastro dei fondi pensione. L’adesione automatica dei neoassunti a partire dal primo luglio 2026 garantirà circa 350mila nuovi iscritti all’anno per cinque anni, convogliando oltre 24 miliardi di euro nei primi otto anni di applicazione.
L’introduzione della rendita a durata definita e dei prelievi frazionati permetterà inoltre di trattenere risorse che nel 2025 sono uscite per 5,1 miliardi tra riscatti, rendite assicurative e RITA, incrementando il patrimonio dei fondi di ulteriori 20 miliardi in otto anni.

