Un sacco della spazzatura gonfiato si muove sul pavimento di un laboratorio a Budapest. Un cane osserva la scena, reagisce con un guaito o un ringhio, mentre i sensori monitorano battito cardiaco e frequenza acustica.
Subito dopo, la prova cambia registro. Gli scienziati chiedono allo stesso animale di riprodurre quel verso a comando, in totale assenza dello stimolo visivo.
L’esperimento si svolge al BARKS Lab dell’Università Eötvös Loránd. L’obiettivo del team ungherese va oltre la semplice etologia canina: comprendere le radici biologiche che hanno permesso agli esseri umani di sviluppare la parola.
Il progetto K9VocLearn e l’apprendimento vocale
L’iniziativa ha preso il nome di K9VocLearn ed è guidata dal bioacustico Tamás Faragó. L’European Research Council finanzia la ricerca con circa 2,57 milioni di euro per un programma di lavoro avviato a giugno 2024 e previsto fino a maggio 2029.
Al centro delle indagini c’è il concetto di apprendimento vocale, ossia la facoltà di plasmare le proprie emissioni sonore imitandone altre o modulandole intenzionalmente. Questa dote è fondamentale per il linguaggio umano ed è condivisa solo da pochi mammiferi, tra cui foche, cetacei, elefanti e pipistrelli, mentre scarseggia nei primati a noi più vicini.
I cani rappresentano un modello alternativo unico. Il millenario processo di domesticazione ha selezionato una spiccata tolleranza sociale verso l’uomo, modificando radicalmente il loro repertorio vocale rispetto a quello del lupo.
Dagli ululati alle risonanze magnetiche
Un primo tassello sperimentale era emerso nel 2023 con uno studio condotto su 68 cani di razza esposti a registrazioni di ululati selvatici. I soggetti geneticamente più vicini al lupo, specialmente se anziani, rispondevano ululando più a lungo e mostrando segnali di stress marcati.
K9VocLearn approfondirà queste discrepanze genetiche. Il gruppo confronterà parametri acustici e tratti comportamentali ricorrendo a tecniche di neuroimaging non invasivo, osservando l’attività cerebrale sia durante i vocalizzi spontanei sia durante quelli eseguiti su segnale.
La differenza tra reazione emotiva e controllo volontario
Un cane che abbaia frequentemente non possiede necessariamente un controllo vocale sofisticato. Il verso può scaturire da eccitazione improvvisa, paura o pura predisposizione genetica.
I protocolli mirano a verificare se l’animale sia capace di produrre o reprimere intenzionalmente una determinata emissione acustica. Sára Sándor, genetista e addestratrice del progetto, ha precisato che i test procedono a piccoli passi e prevedono un segnale specifico con cui il cane può comunicare la volontà di fermarsi.
La sperimentazione, partita con gli animali del personale universitario, coinvolgerà decine di proprietari residenti a Budapest. Il laboratorio integrerà inoltre progetti di citizen science per raccogliere registrazioni audio domestiche e catalogare suoni rari tramite modelli di machine learning.
L’ipotesi dell’auto-domesticazione
L’aggancio con l’evoluzione dell’uomo si basa sulla teoria dell’auto-domesticazione. Secondo questo approccio teorico, le pressioni selettive che hanno favorito la cooperazione interpersonale nella nostra specie potrebbero aver gettato le basi per una comunicazione vocale controllata.
Lo studio non presuppone che i cani stiano imparando a parlare, né cerca di ricavare parole dall’abbaio. L’intento consiste nell’individuare le componenti cognitive basilari che consentono a un mammifero di gestire l’apparato fonatorio.
Le analisi digitali dei vocalizzi permetteranno infine di costruire modelli diagnostici per identificare in modo oggettivo gli stati di frustrazione, ansia o dolore degli animali da compagnia.

