Guardare le vacanze degli altri, le case appena comprate, i successi lavorativi o le relazioni perfette mentre si è sul divano in pigiama innesca un meccanismo immediato: il confronto sociale. Questo fenomeno prende il nome di scrolling passivo, una fruizione silenziosa dei feed digitali che riempie i momenti morti della giornata.
Un’indagine pubblicata da Eurispes accende i riflettori su questo comportamento quotidiano. I dati raccolti descrivono la percezione degli intervistati e il loro malessere soggettivo, pur senza stabilire un nesso di causa-effetto diretto tra consultazione dello schermo e disturbi dell’umore.
La differenza tra partecipazione attiva e consumo passivo
Interagire sulle piattaforme richiede uno sforzo intenzionale: pubblicare un contenuto, inviare un messaggio o lasciare un commento significa stabilire una relazione. Secondo le rilevazioni, il 69,2% degli utenti pubblica materiale originale almeno occasionalmente, il 63,4% commenta i post altrui e il 79% impiega le chat private o di gruppo.
Lo scrolling passivo segue una dinamica opposta. Si osserva ciò che scorre senza prendere parte allo scambio, trasformando l’utente in uno spettatore continuo.
Eurispes segnala che questa esposizione prolungata e priva di interazione alimenta la percezione di inadeguatezza e altera la nozione del tempo. Il gesto diventa problematico soprattutto quando assume i tratti di un riflesso automatico, ripetuto alla ricerca continua di novità visive.
L’impatto sui giovani: il peso del confronto
Nel complesso del campione, il 19,9% degli intervistati dichiara di soffrire il confronto con le vite messe in mostra online. Il dato cambia radicalmente nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni: qui il 45,1% afferma di sentirsi inferiore rispetto a ciò che vede sui profili altrui.
Il rapporto con le piattaforme presenta però una forte ambivalenza. Sempre tra i 18-24enni, il 53,7% sostiene di sentirsi meno solo grazie ai social network e il 65,8% trova in essi uno spazio in cui esprimersi più liberamente.
Lo schermo raccoglie stati d’animo vulnerabili, mettendoli a confronto con flussi di contenuti accuratamente selezionati. Nessuno documenta i fallimenti quotidiani, le code agli sportelli o le incombenze burocratiche: sui feed compare solo una frazione ideale della realtà.
L’ansia da prestazione per chi pubblica
Il disagio non risparmia chi decide di condividere contenuti propri. Il 60,4% degli utenti ammette preoccupazione riguardo al giudizio altrui, mentre il 55% teme reazioni apertamente negative.
La caccia al riscontro è costante: il 63,6% monitora con frequenza i “mi piace” ricevuti e circa la metà degli intervistati modifica i post per timore delle critiche o sperimenta frustrazione davanti a un basso numero di interazioni.
Il bisogno di connessione si traduce in un automatismo continuo. Il 51,3% del campione controlla le notifiche appena sveglio e la stessa quota verifica lo smartphone durante il giorno anche in assenza di avvisi sonori o visivi. Tra i giovani dai 18 ai 24 anni, il controllo mattutino sale all’86%, mentre la verifica a vuoto raggiunge l’80,3%.
Fissare limiti: tentativi e risultati
L’adozione di contromisure per frenare la dipendenza dai feed coinvolge ancora una minoranza: solo il 12,7% ha introdotto regole precise, a fronte di un 30,4% che riconosce la necessità di farlo senza aver mai iniziato.
Tra chi prova a disconnettersi, i metodi più diffusi sono lo spegnimento delle notifiche e l’impostazione di limiti di tempo per l’uso delle app. Trovano spazio anche i pasti senza smartphone al tavolo e brevi pause programmate dai dispositivi.
I riscontri pratici offrono segnali incoraggianti. Il 36,3% di chi ha adottato limiti dichiara di aver raggiunto i risultati sperati, mentre un ulteriore 44,4% ha riscontrato miglioramenti parziali nella gestione del proprio tempo.

