200.000 barili nucleari nell’Atlantico: la missione a 5.000 metri svela perdite radioattive

200.000 barili nucleari nell'Atlantico: la missione a 5.000 metri svela perdite radioattive
200.000 barili nucleari nell'Atlantico: la missione a 5.000 metri svela perdite radioattive

A quasi 5.000 metri di profondità, nelle pianure abissali dell’Atlantico nord-orientale, giace una gigantesca discarica atomica sommersa. Tra il 1950 e il 1990 diversi Paesi europei hanno gettato oltre 200.000 barili di rifiuti radioattivi direttamente nelle acque oceaniche.

I governi dell’epoca ritenevano che la pressione abissale e il tempo avrebbero neutralizzato la carica dei fusti prima che i contenitori cedessero. I crescenti allarmi sui rischi ecologici portarono infine a un bando internazionale definitivo nel 1994.

L’ispezione negli abissi della missione NODSSUM

La spedizione scientifica NODSSUM, coordinata dal Centro nazionale francese per la ricerca scientifica (CNRS), è scesa sul fondale per verificare lo stato di conservazione dei fusti. A bordo della nave da ricerca Pourquoi Pas?, un team di trenta scienziati ha completato venti immersioni operative con il sottomarino abitato Nautile.

Le immagini registrate hanno documentato una forte corrosione delle strutture esterne. Diversi fusti risultano ormai fessurati o parzialmente aperti, con materiale interno riversato nell’ambiente circostante.

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I materiali sigillati sul fondo oceanico

I container ospitano scarti industriali a bassa e media attività: fanghi di depurazione, rivestimenti metallici, componentistica di impianti dismessi e resine a scambio ionico contaminate.

All’epoca delle operazioni, il materiale era stato colato in matrici di bitume o blocchi di cemento per limitarne il dilavamento. La permanenza prolungata nelle acque saline ha però compromesso le barriere fisiche.

Radionuclidi rilevati oltre la soglia naturale

Le analisi condotte in loco hanno rilevato isotopi radioattivi a concentrazioni superiori rispetto ai valori attesi per il fondale atlantico. Il CNRS ha comunque chiarito che i livelli registrati rimangono bassi e consentono di maneggiare i campioni senza procedure eccezionali di radioprotezione.

I ricercatori hanno prelevato sedimenti, volumi d’acqua e organismi marini cresciuti a ridosso delle strutture metalliche. Le analisi di laboratorio dovranno chiarire se i radionuclidi stiano risalendo le reti alimentari oceaniche.

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