Le retribuzioni inadeguate guidano la scelta, seguite a ruota da una cultura professionale giudicata stantia e dall’assenza di valorizzazione delle competenze. Chi abbandona l’Italia lo fa per ragioni economiche precise, ma anche per sfuggire a un mercato occupazionale poco meritocratico.
A delineare questo scenario è il documento del Cnel “Giovani expat. Come farli tornare”, curato da Luca Paolazzi. I dati inchiodano il tessuto produttivo alle proprie responsabilità: il saldo negativo dei talenti prosegue senza sosta da oltre un decennio e mezzo.
Un bilancio a senso unico: per nove uscite solo un arrivo
Tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha visto partire 441mila giovani residenti, una cifra che rappresenta il 5% dell’intera fascia demografica interessata. Il profilo di chi emigra è altamente qualificato: oltre il 44% possiede una laurea e la metà è composta da donne.
Il deficit di attrattività verso l’esterno è altrettanto severo. Nei flussi con gli altri Stati sviluppati, a fronte di nove connazionali che varcano i confini, la penisola riesce ad attirare appena un lavoratore straniero.
Giovani lavoratori in partenza per motivi professionali.
Buste paga e meritocrazia: le motivazioni della fuga
L’indagine ha coinvolto 1.803 espatriati tra i 18 e i 34 anni. Il 78% del campione definisce “estremamente rilevante” il basso livello salariale italiano, il 63% contesta l’arretratezza dell’ambiente di lavoro e il 58% lamenta il mancato riconoscimento del merito.
Per ipotizzare un rimpatrio le richieste sono speculari: l’83% pretende stipendi commisurati agli standard esteri, il 72% opportunità professionali adeguate, il 65% incentivi fiscali dedicati e il 62% un reale sistema meritocratico.
Due terzi degli intervistati dichiara che tra cinque anni risiederà semplicemente dove troverà le offerte migliori. La quota di chi si immagina stabilmente all’estero supera tuttavia di gran lunga quella di chi prevede un rientro definitivo.
Lavoratori qualificati all’estero alla ricerca di opportunità stabili.
Il divario di genere tra chi non torna
La sfiducia cresce sensibilmente tra le donne espatriate, che all’estero trovano tutele e percorsi di carriera più solidi rispetto a quelli offerti in patria.
Il 9,5% delle lavoratrici dichiara apertamente che non farà mai più ritorno sul mercato italiano, una percentuale più che doppia rispetto al 4,7% registrato tra gli uomini.
Il divario retributivo europeo e il nodo delle imprese
Il confronto salariale a parità di potere d’acquisto evidenzia la distanza con i competitor continentali. Rispetto all’Italia, il vantaggio economico medio per chi lavora altrove è del 7% in Spagna, del 36% in Germania, del 48% nei Paesi Bassi e raggiunge il 71% in Svizzera.
Il rapporto evidenzia come il cambiamento debba partire prima di tutto dalla mentalità aziendale interna. Le lamentele diffuse delle imprese sulla carenza di personale qualificato si scontrano con pacchetti retributivi, prospettive di crescita e modelli organizzativi incapaci di reggere il confronto con le economie vicine.



