Il 45,1% dei giovani tra i 18 e i 24 anni prova un senso di inferiorità guardando le vite pubblicate dagli altri sulle piattaforme digitali. Al contempo, il 60,5% del campione riconosce che i contenuti visualizzati riescono a influenzare direttamente l’umore e le opinioni personali.
I numeri arrivano dall’indagine su tecnologie digitali e salute mentale pubblicata dall’istituto Eurispes il 1° settembre 2026. La ricerca si concentra sulla popolazione dei giovani adulti e non include adolescenti sotto i 18 anni, delimitando con precisione il perimetro anagrafico dell’analisi.
Il rifugio digitale e la trappola del confronto continuo
Il 91,9% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni dichiara di utilizzare i social media per alleviare stati d’animo negativi. Lo spazio impiegato per cercare sollievo si trasforma però nel luogo principale in cui scatta il confronto sociale e l’ansia da prestazione.
La paura del giudizio esterno rimane un fattore costante. Nel campione complessivo, il 60,4% si preoccupa di cosa penseranno gli altri prima di pubblicare, il 55% teme valutazioni negative e il 63,6% verifica costantemente il numero di reazioni e like ottenuti.
Le piattaforme offrono una forma ambivalente di compagnia. Riescono ad attenuare temporaneamente l’isolamento, ma espongono in modo sistematico a rappresentazioni di esistenze percepite come più appaganti e spensierate della propria.
L’architettura dei feed e la risposta dell’umore
La personalizzazione algoritmica è ormai un dato metabolizzato dagli utenti. Il 71,7% riconosce che i feed propongono elementi in linea con i propri gusti, mentre il 56,3% segnala la comparsa di spunti capaci di stimolare la curiosità.
Eurispes non definisce il processo una manipolazione chimico-clinica, ma rileva una consapevolezza diffusa: sei giovani su dieci ammettono l’impatto emotivo di questi flussi continui. Sistemi a scorrimento infinito, notifiche push e rinforzi intermittenti puntano ad allungare il tempo di permanenza sullo schermo.
L’istituto di ricerca evidenzia come la responsabilità di questo impatto non possa ricadere unicamente sulla forza di volontà del singolo individuo, costretto a misurarsi con architetture software studiate per catturare l’attenzione.
Fissare limiti: le contromisure tentate dagli utenti
Oltre il 40% degli intervistati tra i 18 e i 34 anni ha provato a ridurre l’impiego quotidiano dello smartphone senza ottenere risultati. La semplice consapevolezza del meccanismo non basta per interrompere l’automatismo.
- Il 27,9% ha scelto di disattivare le notifiche delle applicazioni.
- Il 27% impiega timer di sistema o blocchi per limitare l’uso.
- Il 16,7% ha istituito aree o momenti disconnessi, in particolare durante i pasti e in famiglia.
Tra chi ha introdotto regole pratiche, il 36,3% dichiara di aver raggiunto l’obiettivo prefissato e il 44,4% c’è riuscito parzialmente. Rendere tangibili le pause e bloccare i richiami visivi si conferma una via concreta per attenuare la pressione costante dei dispositivi.

