Maurizio Landini al capolinea in Cgil tra referendum al 30% e 30 miliardi di aumenti contestati

Maurizio Landini al capolinea in Cgil tra referendum al 30% e 30 miliardi di aumenti contestati
Maurizio Landini al capolinea in Cgil tra referendum al 30% e 30 miliardi di aumenti contestati

A pochi mesi dalla fine del suo secondo mandato alla guida della Cgil, iniziato a gennaio 2019, la parabola di Maurizio Landini mostra i segni di una profonda consunzione. La metamorfosi del sindacalista d’assalto dei tempi della Fiom si è progressivamente trasferita dai cancelli degli stabilimenti industriali ai salotti televisivi.

L’ambizione di orientare l’agenda dell’opposizione ha gradualmente trasformato il sindacato di Corso d’Italia in un soggetto politico focalizzato sullo scontro aperto contro il governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni.

La mutazione politica e l’uso costante della piazza

I temi industriali e le crisi di fabbrica sono finiti ai margini del dibattito interno. Portali informativi della sigla come Collettiva hanno moltiplicato le prese di posizione su immigrazione, giustizia, patriarcato, ambiente e sanità, affrontati con una marcata intonazione antigovernativa.

La strategia impostata da Landini si è retta principalmente sulla minaccia sistematica della protesta. Secondo i dati della Commissione di garanzia, l’Italia registra una media di tre scioperi al giorno, per un totale annuo superiore a mille mobilitazioni.

Il ricorso frequente alle agitazioni di venerdì, soprattutto nei settori cruciali dei trasporti, della scuola e della sanità, ha finito per logorare il rapporto con gli utenti e i lavoratori pendolari, indebolendo l’efficacia del dissenso.

Il flop referendario e il vicolo cieco della Via Maestra

Il tentativo di costruire un vasto fronte d’opposizione ha preso corpo con “La Via Maestra”, il cartello sociale che ha raccolto un centinaio di sigle, tra cui Arci, Anpi, Legambiente, Acli, Libera e Magistratura Democratica. La piattaforma, inizialmente inaugurata con le mobilitazioni di Roma e Napoli e culminata nei contatti con il Vaticano, non ha però generato il consenso sperato.

La prova più dura per il segretario è arrivata alle urne referendarie dell’8 e 9 giugno 2025. I quattro quesiti abrogativi promossi dalla Cgil per smantellare parti del Jobs Act – reintegro per i licenziamenti illegittimi, limiti ai contratti a termine e norme sulle tutele nelle piccole imprese – sono andati incontro a un netto insuccesso.

L’affluenza si è fermata intorno al 30%, ben lontana dal quorum necessario per convalidare il voto. I quattordici milioni di schede sbandierati dai vertici non sono bastati a mascherare la freddezza del corpo elettorale verso l’iniziativa della confederazione.

La contraddizione dei salari e la retromarcia sul pubblico impiego

Un altro fronte critico riguarda la disputa sul salario minimo legale a nove euro all’ora. La confederazione rossa ha per anni sottoscritto contratti nazionali con retribuzioni base vicine ai cinque euro, come accaduto nel settore dei servizi di vigilanza.

Nei recenti tavoli sulla rappresentanza con Confindustria, Landini ha poi recepito l’impostazione del governo, che punta sulla contrattazione collettiva anziché sull’imposizione per legge di una tariffa fissa.

La vera frattura si è consumata sulla trattativa per il rinnovo contrattuale di 3,4 milioni di dipendenti pubblici. Davanti allo stanziamento governativo di 30 miliardi di euro – cifra che garantiva aumenti medi di 350-400 euro lordi mensili – la Cgil ha tentato di bloccare l’accordo lamentando una mancata copertura integrale dell’inflazione.

Quando il leader della Uil Pierpaolo Bombardieri ha rotto l’asse per evitare di lasciare campo libero alla Cisl, Landini è rimasto isolato. Sotto la pressione dei lavoratori statali e delle delegazioni territoriali, il sindacato ha infine dovuto firmare gli accordi respinti per mesi.

Bilanci in rosso e delegati persi: la resa dei conti a Corso d’Italia

Il quadro interno è reso ancora più teso dai bilanci. La società editoriale del sindacato, Futura, ha recentemente incassato 740 mila euro di contributi a fondo perduto erogati dal Dipartimento per l’editoria della presidenza del Consiglio per coprire passivi pregressi.

A questa vicenda si aggiungono frizioni gestionali, come l’allontanamento con licenziamento economico dello storico portavoce Massimo Gibelli, in carica dal 1986. Sul piano sindacale puro pesano i dati negativi sul tesseramento e la perdita di delegati in roccaforti strategiche come l’ex Ilva di Taranto e le linee Stellantis di Mirafiori.

L’Assemblea generale ha blindato diverse sessioni d’incontro a causa dei contrasti tra dirigenti. Landini mantiene il sostegno dei fedelissimi Christian Ferrari, Pino Gesmundo e Francesca Re David, ma categorie di peso come trasporti, scuola, commercio e una parte dei pensionati premono per un cambio di rotta radicale.

Raggiunto il tetto statutario dei 65 anni, il segretario non potrà ricandidarsi al prossimo congresso. Tra le ipotesi sul tavolo ci sono la promozione di un successore designato come Michele De Palma o lo slittamento delle assise per blindare nomine territoriali, in attesa di un approdo verso la politica nazionale o un seggio a Bruxelles.

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