11 settembre, il paradosso di chi non c’era: come la generazione digitale ricostruisce la tragedia

11 settembre, il paradosso di chi non c'era: come la generazione digitale ricostruisce la tragedia
11 settembre, il paradosso di chi non c'era: come la generazione digitale ricostruisce la tragedia

Il confine generazionale della memoria

La domanda «Tu dov’eri l’11 settembre?» divide nettamente due generazioni. Chiunque fosse abbastanza grande nel 2001 possiede una testimonianza precisa, quasi tattile, di quell’istante.

Mio padre tornava in automobile da Milano quando la programmazione radiofonica venne interrotta dai primi notiziari. Chiamò subito la madre con uno dei primi telefoni cellulari per dirle di accendere la televisione.

Nello stesso momento, mia madre era in ufficio. Insieme ai colleghi abbandonò ogni attività per radunarsi nella sala conferenze, restando in silenzio davanti allo schermo per lunghi minuti.

La forza di quell’evento si manifestò anche un anno dopo, quando un piccolo velivolo da turismo si schiantò contro il grattacielo Pirelli a Milano, risvegliando all’istante l’incubo degli attentati americani.

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Scorcio delle Torri Gemelle a New York durante gli attacchi dell’11 settembre 2001.

Guardare l’orrore a quattrocento metri d’altezza

Per chi nel 2001 non era ancora nato, il ricordo non appartiene all’esperienza diretta ma a una serie di immagini digitali. L’impatto visivo si riduce spesso a frammenti: macerie, colonne di fumo e piccoli punti scuri sospesi nel vuoto.

Durante una lezione alle scuole superiori, uno studente chiese al docente cosa fossero quelle sagome nere attorno ai grattacieli in fiamme. La risposta fu lapidaria: persone.

Tra le nove e le dieci e mezza di mattina, decine di individui scelsero di lanciarsi nel vuoto per non morire bruciati prima del collasso degli edifici. Una caduta libera di oltre quattrocento metri, durata diversi interminabili secondi.

Accesso continuo e distacco emotivo

La disponibilità smisurata di documenti su internet permette di recuperare qualsiasi sequenza video digitando poche parole chiave. Tuttavia, l’abbondanza di materiale rischia di trasformare il dramma in un flusso visivo asettico.

La nostra epoca sembra afflitta da una perdita progressiva della memoria a lungo termine. Avere accesso istantaneo a una quantità illimitata di informazioni non equivale a comprenderne il significato storico e umano.

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I resti delle strutture colpite a Ground Zero dopo i crolli del settembre 2001.

Dalla cronaca alla dimensione umana

La cronaca archivia date e dati noti: il profilo di Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda ucciso nel 2011 sotto la presidenza Obama, o i dettagli biografici annotati da Oriana Fallaci ne La rabbia e l’orgoglio, dove ricordava il passato del terrorista come diciassettesimo di cinquantaquattro figli.

Questi elementi rimangono però formule astratte se non vengono affiancati dalle vicende individuali. Subito dopo il crollo emerse la voce di Bobby, un bambino newyorkese di otto anni intervistato tra le macerie.

«La mia mamma diceva sempre: Bobby, se ti perdi, guarda le torri. Ora le torri non ci sono più, ma a questo mondo c’è anche gente buona che ti aiuterà al loro posto. L’importante è non avere paura», raccontava il piccolo testimone.

Per chi non ha vissuto quei momenti, la comprensione passa necessariamente attraverso l’immedesimazione nei soccorritori, nei passanti e in chi perse la vita. Citando il principio dantesco secondo cui i fatti umani non tendono al semplice oblio ma a seguir virtute e conoscenza, la memoria storica si trasforma nell’esercizio attivo di guardare la tragedia attraverso gli occhi degli altri.

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