Il blocco che il 2 ottobre 2024 paralizzò la stazione di Roma Termini e compromise la circolazione ferroviaria nazionale non fu causato unicamente da un chiodo piantato nel punto sbagliato. Dietro il collasso del nodo capitolino ci fu una serie di anomalie strutturali e procedurali che aggravarono il guasto iniziale.
L’Autorità di regolazione dei Trasporti ha chiuso l’istruttoria contestando una condotta di grave negligenza e infliggendo a Rete Ferroviaria Italiana una sanzione di un milione e 750 mila euro. Il provvedimento, disposto con la delibera numero 163, concede alla società trenta giorni di tempo per effettuare il pagamento, salvo il ricorso alle sedi competenti.
La catena di errori nella notte dei lavori
Il disservizio ebbe origine nella notte del 2 ottobre durante gli interventi affidati a una ditta appaltatrice nei pressi di Roma Termini, quando venne accidentalmente lesionato un cavo elettrico. L’intervento delle squadre tecniche mise l’area in sicurezza, ma nelle ore successive emersero falle critiche nei meccanismi di commutazione verso l’alimentazione secondaria.
I sistemi di riserva progettati per garantire la continuità operativa non subentrarono come previsto. Gli impianti rimasero sostenuti temporaneamente solo dalle batterie di emergenza, destinate a operare per lassi di tempo limitati.
L’esaurimento delle batterie e il blocco del nodo
All’esaurirsi della carica degli accumulatori, gli apparati tecnologici responsabili del distanziamento e della regolazione del traffico a Roma Termini e Roma Tiburtina si spensero contemporaneamente. Lo spegnimento totale avvenne all’alba, in pieno orario di punta per i pendolari dell’intera tratta tirrenica e dell’Alta Velocità.
Il ripristino progressivo degli impianti tecnologici si concluse durante la mattinata, ma la congestione provocata dalla paralisi iniziale causò soppressioni e ritardi a catena che proseguirono fino al tardo pomeriggio, bloccando decine di migliaia di passeggeri in tutta la penisola.
I rilievi dell’Autorità dei Trasporti
Il verdetto dell’Authority stabilisce che il danneggiamento materiale del cavo non avrebbe mai potuto provocare, da solo, un blackout di scala nazionale. L’effetto domino fu reso possibile da mancate segnalazioni tempestive, dall’inefficienza dei dispositivi di alimentazione ausiliari e dalla disapplicazione di specifiche procedure interne di sicurezza.
L’indagine ha escluso la fatalità circoscritta all’errore di cantiere, accertando le carenze operative di RFI nella gestione del piano di emergenza e nella salvaguardia della continuità del servizio ferroviario.

