Le coste innevate del Canada settentrionale scompaiono lentamente alle spalle, inghiottite dall’orizzonte. Davanti alla prua si aprono le acque scure e profonde della Baia di Baffin, la porta d’accesso alla Groenlandia.
La mattina del 29 agosto segna l’avvio della fase conclusiva della spedizione. Dai 7 nodi a motore si passa a oltre 9 nodi a vela non appena il vento rinforza, consentendo di issare randa e fiocco su un mare mosso da onde corte da ovest.
Navigazione nelle acque della Baia di Baffin verso la Groenlandia.
La vita a bordo segue turni rigorosi di quattro ore al timone ogni otto, raddoppiando le vedette nei tratti a rischio ghiaccio. L’imbarcazione, progettata per le latitudini artiche, permette la conduzione interna, limitando le uscite in coperta alle sole regolazioni delle manovre.
Le notti limpide di inizio estate hanno lasciato spazio a cinque ore di buio fitto tra le 23 e le 4 del mattino. Il 31 agosto il mare cresce con onde frangenti in poppa: la barca copre 550 miglia da Pond Inlet in tre giorni e mezzo, navigando per 30 ore quasi consecutive al gran lasco.
La traversata tra i ghiacci della Baia di Baffin.
La minaccia invisibile della calotta
A metà della traversata compaiono i primi colossi generati dai ghiacciai groenlandesi. Non si tratta di semplici lastre marine come quelle viste tra Alaska e Canada, ma di blocchi ciclopici alti decine di metri.
Questi giganti nascondono sott’acqua fino a nove decimi del loro volume totale. Le loro pareti levigate, che sotto la luce grigia assumono sfumature metalliche o azzurrine, nascondono fessurazioni profonde pronte a cedere all’improvviso.
Rotture improvvise e precarietà artica
La navigazione a distanza di sicurezza non isola dai boati sordi che scuotono la superficie marina. Quando l’acqua fonde la base sommersa, l’iceberg perde stabilità e si ribalta di scatto in pochi secondi, mutando completamente fisionomia.
Il processo di frammentazione continua riduce le masse imponenti a cumuli di ghiaccio alla deriva, destinati a sciogliersi e ad abbassare la salinità dell’oceano circostante.
Verso mezzogiorno del primo settembre emergono le scogliere dell’isola di Disko. Con il termometro fermo vicino allo zero e il mare cosparso di piccoli blocchi galleggianti, l’equipaggio riavvia il motore per evitare impatti fatali allo scafo.
L’approdo a Qeqertarsuaq e la rotta per Ilulissat
L’ancora cala alle 17 nel bacino di Qeqertarsuaq, villaggio di circa 900 anime dove nel 1616 sostarono le navi dell’esploratore William Baffin. Il centro abitato mostra case colorate, ordine meticoloso e strade asfaltate, segnando un netto stacco con le comunità incontrate sulle coste americane.
I collegamenti veloci e gli elicotteri portano fin qui flussi di visitatori nordeuropei, soprattutto danesi e tedeschi. Il 2 settembre l’imbarcazione copre le ultime 40 miglia a motore fino alla baia di Ilulissat, incrociando motoscafi inuit e tre navi da crociera alla fonda.
I numeri della spedizione polare
Il capitano Alberto traccia il bilancio definitivo dell’avventura al momento dell’ormeggio finale, dopo aver gestito la barca insieme a un gruppo autonomo di appassionati senza finanziatori esterni.
- 3.500 miglia percorse complessivamente da Nome, in Alaska, fino alla Groenlandia.
- Quasi 900 miglia coperte a vela alla velocità media di 7 nodi.
- 35 giorni per chiudere il Passaggio a Nord-Ovest fino a Pond Inlet, inclusi 8 giorni di sosta forzata tra i ghiacci pack.
- Un decimo del carico di bordo interamente dedicato a parti di ricambio tecniche e di rispetto.
L’imbarcazione si è imposta come la più rapida della stagione artica tra quelle salpate lungo le due direttrici. Prima di mettere l’imbarcazione al sicuro per l’inverno ad Aasiaat, restano da registrare i documenti doganali e compiere un ultimo periplo tra i fronti glaciali costieri.
Sulla terraferma risaltano i contrasti di un territorio conteso: le agenzie promuovono uscite in kayak ed elisoccorso per escursionisti, mentre le condotte fognarie cittadine continuano a sversare rifiuti grezzi a pochi metri dai pescatori di halibut.



