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Addio a Tinto Brass: l’ultima toccante dichiarazione per la sua Venezia svela il vero volto del maestro

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Addio a Tinto Brass: l'ultima toccante dichiarazione per la sua Venezia svela il vero volto del maestro
Addio a Tinto Brass: l'ultima toccante dichiarazione per la sua Venezia svela il vero volto del maestro

Il regista Tinto Brass si è spento all’età di 93 anni nella sua abitazione di Isola Farnese, alle porte di Roma, lasciando al mondo del cinema un ultimo saluto indissolubilmente legato alla sua laguna. Prima del definitivo congedo, il cineasta ha affidato alla moglie Caterina Varzi parole destinate a rimanere scolpite nella memoria collettiva, trasformando il suo addio in una viscerale dichiarazione per la città lagunare.

Il legame con le proprie radici ha guidato l’intero percorso artistico dell’autore sin dal principio. Nato a Milano il 26 marzo 1933 da una famiglia di chiare origini veneziane, ricevette proprio dal nonno pittore il celebre nomignolo «Tintoretto», abbreviato poi in Tinto per via della sua travolgente passione giovanile per il disegno.

L’ultimo messaggio affidato alla Mostra del Cinema

Il tributo pubblico conclusivo dell’autore si è consumato in occasione della preapertura dell’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il programma prevedeva la proiezione speciale in versione restaurata in 4K del suo thriller pop del 1967, Col cuore in gola, interpretato da Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin.

Le precarie condizioni fisiche e uno stato febbrile avevano impedito a Brass di affrontare il viaggio verso il Lido, spingendolo a trasmettere un pensiero intimo e rivelatore tramite la compagna di vita.

«Un legame viscerale mi lega a questa città. Come dico spesso: Venezia mi è madre, moglie, amante».

Queste parole hanno riassunto in una sola frase il senso di appartenenza viscerale che ha attraversato oltre mezzo secolo di riprese, sfide alla censura e continue sperimentazioni visive.

Il falso mito del cinema ridotto a semplice erotismo

Spesso l’opinione comune liquida superficialmente Tinto Brass sotto la sola etichetta di artigiano dell’eros commerciale o provocatore fine a se stesso. La realtà dei fatti documenta invece una formazione d’avanguardia maturata a Parigi a partire dal 1957, lavorando alla prestigiosa Cinémathèque française di Henri Langlois a diretto contatto con la Nouvelle Vague.

Tornato sul territorio nazionale, Brass ha affinato il proprio sguardo lavorando al fianco di giganti come Roberto Rossellini e Joris Ivens. Il debutto registico del 1963, Chi lavora è perduto (inizialmente intitolato In capo al mondo), fu una coraggiosa opera anarchica sul disagio giovanile e sullo scontro frontale con i meccanismi censori dell’epoca.

Dagli scandali internazionali al botteghino: l’escalation stilistica

Prima dell’approdo alle commedie piccanti e al voyeurismo borghese, il regista ha attraversato il cinema di genere spaziando dalla fantascienza con Alberto Sordi ne Il disco volante (1964) fino al western Yankee (1966). I titoli della fine degli anni Sessanta, come L’urlo e Nerosubianco, incarnavano una rottura totale delle convenzioni visive e narrative convenzionali.

La provocazione pura è sfociata poi in kolossal discussi in tutto il mondo come Salon Kitty (1976) e soprattutto Caligola (1979), nato dalla collaborazione con Malcolm McDowell, Gore Vidal e Bob Guccione, segnato da violenti conflitti produttivi sul controllo del montaggio.

La consacrazione commerciale definitiva è arrivata nel 1983 con La chiave, tratto dall’opera di Jun’ichirō Tanizaki e interpretato da Stefania Sandrelli. Quel titolo inaugurò una lunghissima stagione di trionfi nelle sale, lanciando icone come Serena Grandi in Miranda, Debora Caprioglio in Paprika e Claudia Koll in Così fan tutte.

Fase artistica Pietre miliari e caratteristiche
Sperimentazione e rottura (1963-1971) Montaggio frenetico, influssi pop, critica sociale anarchica (Chi lavora è perduto, Col cuore in gola).
Kolossal e censura (1976-1979) Potere, perversione e contrasti produttivi su scala mondiale (Salon Kitty, Caligola).
L’eros d’autore (1983-1998) Desiderio femminile, sberleffo alle ipocrisie borghesi e record di incassi (La chiave, Paprika).

Il cinema di Brass ha eletto il corpo femminile e il gioco di sguardi a territorio privilegiato per mettere a nudo il perbenismo della società contemporanea. La sua scomparsa chiude definitivamente una delle stagioni più audaci, discusse e libere del grande schermo tricolore.

💬 Una voce fuori dal coro che ha segnato intere generazioni di spettatori sfidando tabù e perbenismi.

✨ Venezia perde uno dei suoi interpreti più sinceri, capaci di trasformare la trasgressione in un marchio d’autore indelebile.

👇 Qual è l’opera di Tinto Brass che ricordi con maggiore ammirazione? Lascia la tua opinione nei commenti qui sotto.

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