Camminare sulla superficie della Luna o prepararsi a raggiungere Marte richiede molto più della semplice resistenza fisica o dell’abitudine alla microgravità. Chi scende su un corpo celeste deve saper leggere il terreno, individuare formazioni rocciose rilevanti e selezionare con precisione i campioni da riportare a terra.
Per acquisire queste competenze senza lasciare l’orbita terrestre, le agenzie spaziali utilizzano i cosiddetti analoghi terrestri. Si tratta di deserti, canyon e formazioni vulcaniche le cui caratteristiche geomorfologiche ricalcano i processi osservati su altri pianeti.
Dal 2016 l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) gestisce il programma PANGAEA (Planetary ANalogue Geological and Astrobiological Exercise for Astronauts). L’iniziativa coinvolge equipaggi di ESA, NASA e Roscosmos, portandoli direttamente sul campo per acquisire le basi operative della geologia planetaria.
I quattro laboratori naturali scelti in Europa
Uno dei principali punti di riferimento per le simulazioni è Lanzarote, nell’arcipelago delle Canarie. Il clima arido e la quasi totale assenza di vegetazione lasciano scoperte colate, coni vulcanici e tubi di lava, cavità sotterranee scavate dal flusso magmatico identiche a quelle rilevate su Marte e sulla Luna.
Confronto tra i paesaggi vulcanici terrestri e le formazioni geologiche marziane.
Nel cratere di Ries, in Germania, gli equipaggi studiano invece gli effetti dell’impatto di un asteroide caduto circa 15 milioni di anni fa. Questa depressione consente di analizzare da vicino rocce da impatto e brecce, strutture rare da preservare sulla Terra a causa dell’erosione, ma diffusissime sul suolo lunare.
Le Dolomiti offrono un altro ambiente di studio fondamentale attraverso la gola del Bletterbach. Gli strati sedimentari e i depositi di gesso documentano antichi sistemi fluviali e deltizi, fornendo agli astronauti un modello per interpretare le stratificazioni individuate dalle sonde su Marte.
Nelle isole Lofoten, in Norvegia, l’attenzione si sposta sulla composizione mineralogica. Tra i fiordi affiorano ampie masse di anortosite, roccia magmatica che costituisce la componente primaria della crosta negli altopiani della Luna.
La simulazione sul terreno e il ruolo del science backroom
Nelle fasi avanzate del corso gli astronauti affrontano vere e proprie traversate geologiche in aree sconosciute, orientandosi solo con mappe preliminari e rilievi satellitari. L’addestramento impone obiettivi scientifici precisi, percorsi vincolati e un limite rigido sul numero di campioni trasportabili.
Durante la marcia l’equipaggio descrive le formazioni rocciose via radio e trasmette fotografie al science backroom, il team di geologi a terra. La capacità di riferire dettagli morfologici corretti è determinante: consente agli specialisti remoti di validare la raccolta e guidare le decisioni operative in tempo reale.
Dall’Apollo al ritorno con Artemis IV nel 2028
L’integrazione della geologia nell’addestramento spaziale affonda le radici nel programma Apollo della NASA, attivo tra il 1961 e il 1972, quando gli astronauti spesero centinaia di ore sul terreno prima degli allunaggi.
Oggi la tabella di marcia guarda alla missione Artemis IV, pianificata dalla NASA per il 2028. L’obiettivo prevede il ritorno umano sulla superficie lunare con un equipaggio di due persone destinato a operare per circa una settimana nei pressi del Polo Sud lunare.
In quell’area estrema, le osservazioni dirette e il campionamento dei materiali dipenderanno interamente dalla preparazione geologica sviluppata sul terreno terrestre.


