L’Italia assiste a un incremento costante della spesa destinata alla difesa, con il governo guidato da Giorgia Meloni che ha confermato nuovi impegni finanziari nel Documento programmatico di finanza pubblica. Parallelamente al dibattito pubblico sul ripristino della leva obbligatoria, riemerge una lacuna legislativa ignorata per oltre un decennio: l’assenza di tutele per chi rifiuta l’uso delle armi.
Durante la sesta edizione del proprio festival a Reggio Emilia, Emergency ha presentato la legge di iniziativa popolare intitolata “Io obietto alla guerra”. La raccolta firme partirà a inizio ottobre per ripristinare un diritto cancellato dalle riforme dell’ultimo quindicennio.
Il vuoto normativo dal 2010 e i rischi di richiamo
Nel 2005 il servizio di leva obbligatorio è stato sospeso, sostituito dalle forze armate professionali. La chiamata alle armi non è mai stata abolita del tutto: il Codice dell’ordinamento militare del 2010 stabilisce che la leva può tornare operativa tramite decreto presidenziale in caso di guerra o di crisi internazionali che coinvolgano l’Italia o la Nato.
Quello stesso intervento normativo del 2010 ha abrogato la legge 230 del 1998, cancellando di fatto le tutele per l’obiezione di coscienza. In caso di mobilitazione, i cittadini richiamati non avrebbero oggi alcuna copertura legale per opporsi, nonostante la Corte Costituzionale e i trattati europei ne riconoscano l’inviolabilità.
L’ex magistrato di Cassazione Domenico Gallo ha ricordato come l’iter del riconoscimento dell’obiezione sia stato storicamente tortuoso, a partire dal testo del 1972 che imponeva un servizio civile punitivo, più lungo di otto mesi rispetto alla naja e vincolato al giudizio di una commissione ministeriale.
Dalla leva alla fabbrica: la tutela per i lavoratori
La proposta elaborata da Emergency amplia il raggio d’azione dell’obiezione oltre la sfera strettamente militare. Il testo introduce la facoltà di rifiutare attività legate alla progettazione, costruzione, movimentazione e vendita di armamenti.
Come precisato da Simonetta Gola, direttrice della comunicazione della ong, la norma intende tutelare anche la forza lavoro impiegata nella logistica. Il caso fa riferimento diretto alle recenti mobilitazioni dei portuali di Ravenna, scesi in sciopero contro il transito di carichi bellici ed esplosivi destinati al Medio Oriente.
L’obiettivo è garantire l’astensione da queste mansioni senza il rischio di sanzioni disciplinari, licenziamenti o conseguenze penali sul posto di lavoro.
Un’eredità politica radicata nella Costituzione
La costituzionalista Alessandra Algostino e l’avvocata Veronica Dini hanno evidenziato come l’obiezione non contrasti con l’articolo 52 della Costituzione sulla difesa della patria. La Consulta ha più volte ribadito che l’impegno civico non armato costituisce una forma legittima ed equivalente di adempimento dei doveri di solidarietà sociale.
Il progetto legislativo si inserisce nel percorso della campagna R1PUD1A, iniziativa che ha già raccolto il sostegno formale di oltre 650 Comuni italiani, 1.500 istituti scolastici e centinaia di centri culturali.
L’iniziativa coincide con il quinto anniversario della scomparsa di Gino Strada. L’obiettivo dichiarato dai promotori è trasformare il ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione in un vincolo operativo individuale e collettivo.

