All’alba del decimo giorno, una mano è emersa dal fango e dalle macerie all’interno dell’impianto idroelettrico Upper Trishuli 3A, in Nepal. Subito dopo i soccorritori hanno estratto Sanjay Sah e Kabir Maharjan, stremati e incapaci di reggersi in piedi dopo nove giorni trascorsi nell’oscurità assoluta.
La catastrofe era iniziata il 26 agosto, quando il collasso improvviso di un ghiacciaio ha riversato nella valle del Trishuli una valanga di fango, acqua e detriti. I due lavoratori avevano trovato rifugio in un cunicolo per cavi inclinato verso l’alto, a circa 160 metri dall’uscita principale.
Proprio quella pendenza tecnica ha intrappolato una sacca d’aria vitale mentre il resto della struttura veniva sommerso. Immerso nell’acqua sporca, Maharjan ha iniziato a bere a piccoli sorsi per non cedere alla sete.
La reazione metabolica al digiuno prolungato
La resistenza dell’organismo umano in condizioni estreme risponde a precise sequenze biochimiche. Quando cessa l’apporto calorico, il fegato svuota rapidamente le scorte di glicogeno prima di iniziare a mobilitare i depositi adiposi.
Il metabolismo converte gli acidi grassi in corpi chetonici, un carburante alternativo fondamentale per preservare l’attività cerebrale. Questo passaggio protegge le masse muscolari dalla distruzione immediata per la sintesi del glucosio.
Tra il quinto e il decimo giorno di digiuno forzato, la chetogenesi raggiunge il massimo adattamento. Con una riserva corporea iniziale sufficiente, nove giorni senza cibo provocano un forte deperimento ma non portano inevitabilmente alla morte.

La gestione delle risorse idriche e il ruolo dei reni
Senza acqua, al contrario, la finestra temporale si riduce drasticamente. Con l’aumento della densità ematica, l’ipotalamo incrementa il rilascio di vasopressina, stimolando le acquaporine renali a recuperare ogni frazione liquida disponibile.
Il sistema renina-angiotensina-aldosterone lavora in parallelo per trattenere sodio e sostenere la pressione arteriosa. Si tratta di misure di conservazione interna: l’organismo non può generare liquidi dal nulla.
La decisione di Maharjan di bere l’acqua alluvionale, pur carica di fango e contaminanti, ha compensato l’immediata perdita idrica. Il pericolo letale della disidratazione a breve termine ha prevalso sul rischio successivo di infezioni batteriche o tossicità.
I danni collaterali dell’ambiente sommerso
La sacca d’aria ha scongiurato l’annegamento immediato, ma l’ambiente ha imposto un pesante tributo biologico. L’immobilità prolungata in un liquido freddo ha esposto entrambi a principi di ipotermia e piaghe da macerazione.
Al momento del recupero, Maharjan alternava stati di lucidità a svenimenti a causa di una grave lesione infetta alla gamba, trattata poi chirurgicamente in ospedale. I due operai hanno resistito grazie alla combinazione tra la geometria del condotto, l’idratazione forzata e l’attivazione delle estreme difese biochimiche umane.

