Il comizio di Giorgia Meloni a Bari per celebrare i 1413 giorni di governo ha rotto il copione tradizionale. Oltre alla rivendicazione delle riforme economiche e dei provvedimenti su Pnrr e occupazione femminile, la premier ha ridisegnato i confini del suo scontro politico.
La scaletta dell’intervento ha mostrato due assenze clamorose e un bersaglio inedito, segnalando un cambio di baricentro tattico in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.
Addio al fronte Maga: la virata sulle istituzioni europee
Dal discorso sono spariti del tutto i grandi scenari internazionali. Nessuna menzione per l’Ucraina, per Volodymyr Zelenskyj, per la crisi del Golfo o per Donald Trump.
Le teorie sul declino del Vecchio Continente, care alla destra repubblicana americana e sostenute in passato, hanno lasciato il posto a un convinto pragmatismo comunitario. Meloni ha puntato sulla capacità del suo governo di incidere direttamente a Bruxelles.
La premier ha rivendicato l’intesa trovata con leader progressisti come la premier danese Mette Frederiksen e il primo ministro albanese Edi Rama sulla gestione dei flussi migratori. Il messaggio è chiaro: la destra di governo intende spostare gli equilibri europei dall’interno, abbandonando le suggestioni di un’internazionale conservatrice finora poco redditizia.
L’avversario interno: le stoccate alle idee di Vannacci
Il vero cambio di paradigma ha riguardato il nemico designato. Abbandonata temporaneamente la polemica contro la sinistra o la cultura “woke”, l’attacco è stato sferrato contro l’impostazione ideologica di Roberto Vannacci, pur senza citarlo apertamente.
Meloni ha difeso l’integrazione scolastica degli studenti con disabilità, respingendo l’idea di classi separate. Sul fronte migratorio ha ribadito che far contare la destra significa negoziare a Bruxelles e non alzare la voce a vuoto.
Il nodo dei diritti e la difesa della leadership femminile
Il punto di rottura più netto è arrivato con il tema del femminicidio, richiamando l’uccisione di Lorena Isceri. La presidente del Consiglio ha scandito che la violenza scatta contro le donne che scelgono di essere libere, una condizione che la civiltà europea e cristiana deve garantire senza compromessi.
La frase «la libertà delle donne non è negoziabile» ha rappresentato una netta presa di distanza dall’esaltazione del patriarcato mediterraneo promossa dal generale. Un contrattacco politico diretto anche al perimetro di Futuro Nazionale e alle sue presunte linee rosse.
Una coalizione a trazione solitaria
La manifestazione ha rimarcato la disparità di peso politico dentro la maggioranza. I collegamenti video con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, penalizzati da inconvenienti tecnici e toni dimessi, hanno accentuato l’isolamento al vertice della leader.
Rispetto al debutto dell’esecutivo nel 2022, segnato da una complessa mediazione quotidiana con Silvio Berlusconi e la Lega, Meloni gestisce ora il consenso come un fattore strettamente personale. Il bilancio rivendicato sul palco è diventato una prova di forza individuale.

