Omicidio Antonella Di Veroli: la Procura di Roma chiede l’archiviazione dopo 32 anni e 25 indagati

Dettaglio dell'inchiesta giudiziaria sul delitto di Antonella Di Veroli a Roma
Il giallo di via Domenico Oliva a Roma resta senza un colpevole a distanza di oltre tre decenni dai fatti.

A 32 anni dal delitto, l’omicidio di Antonella Di Veroli rischia di rimanere senza un colpevole accertato: la Procura di Roma ha avanzato formale richiesta di archiviazione per l’inchiesta riaperta che vedeva 25 persone iscritte nel registro degli indagati. I controlli biologici e dattiloscopici eseguiti con le più recenti tecnologie investigative non hanno isolato elementi idonei a sostenere un’accusa in giudizio, affidando la parola conclusiva alla decisione del Gip.

La vicenda, tornata al centro dell’attenzione pubblica anche grazie a speciali televisivi come Blu Notte – Misteri Italiani su Rai 3, rappresenta uno dei cold case romani più complessi e discussi dal 1994 a oggi. Il fascicolo era stato riaperto su impulso dei familiari della vittima per analizzare nuovamente i reperti custoditi per decenni, ma la risposta scientifica non ha colmato il vuoto probatorio.

Cosa accadde nell’appartamento di via Domenico Oliva?

La sera del 10 aprile 1994, la commercialista quarantasettenne Antonella Di Veroli si trovava all’interno della sua abitazione nel quartiere Talenti, a Roma. La donna aveva ingerito un farmaco per riposare quando l’aggressore entrò in azione, colpendola alla testa con due colpi d’arma da fuoco mentre era a letto.

I proiettili, tuttavia, non provocarono il decesso immediato della vittima. L’assassino decise quindi di soffocarla posizionandole un sacchetto di plastica sul volto, per poi occultarne il cadavere all’interno dell’armadio della camera, sigillandone accuratamente un’anta con del mastice.

Per quarantotto ore nessuno ebbe notizie della commercialista, solita rispettare impegni e orari con scrupolosa precisione. I familiari, allarmati dal silenzio e dall’assenza ingiustificata sul posto di lavoro, avviarono le prime ricerche entrando nella casa, apparsa insolitamente in disordine rispetto alle consuetudini della donna.

La sorella Carla e l’ex collega Umberto Nardinocchi, accompagnato dal figlio e da un appartenente alla polizia, entrarono nell’appartamento il 12 aprile 1994, individuando solo dopo controlli accurati la chiusura anomala del mobile. All’apertura dell’anta sigillata venne alla luce il corpo, accanto a cuscini forati e biancheria intrisa di sangue.

L’esame autoptico stabilì con chiarezza che a causare la morte non furono i proiettili sparati contro la vittima, bensì l’asfissia meccanica provocata dal sacchetto di plastica stretto attorno alla testa.

Le prime indagini e il nodo dell’impronta sconosciuta

I primi sospetti degli inquirenti si concentrarono sulla cerchia ristretta di conoscenze di Antonella Di Veroli. Umberto Nardinocchi, socio ed ex compagno della donna, fu ascoltato a lungo, ma la sua posizione venne presto archiviata già nella fase istruttoria dell’epoca.

Il faro delle indagini si spostò quindi su Vittorio Biffani, fotografo con cui la vittima aveva intrattenuto una relazione sentimentale e al quale aveva erogato un prestito di 42 milioni di lire mai restituito. Biffani e la moglie finirono a processo con accuse pesanti, aggravate dal sospetto di pregresse minacce verso la professionista.

Il dibattimento giudiziario si concluse tuttavia con una piena assoluzione confermata in tutti i gradi di giudizio fino alla Corte di Cassazione. Le perizie evidenziarono falle negli accertamenti preliminari e, soprattutto, portarono alla luce un’impronta papillare isolata sull’armadio non riconducibile a nessuno dei soggetti processati, confermando la presenza sulla scena di un terzo individuo mai identificato.

La verità scientifica contro i miti popolari: il delitto dell’armadio

Per anni l’opinione pubblica ha ritenuto che la donna fosse morta all’istante sotto il fuoco dell’arma o che il delitto fosse scaturito da un tentativo di furto degenerato. Le evidenze medico-legali e gli atti processuali hanno smontato entrambe le convinzioni popolari:

  • Causa del decesso: contrariamente a quanto creduto a lungo, i due proiettili non furono fatali; la morte sopraggiunse per asfissia provocata deliberatamente con il sacchetto.
  • Natura del reato: l’accurato occultamento del corpo e la sigillatura meticolosa con il mastice escludono la classica rapina finita male, delineando un’azione premeditata per ritardare la scoperta del cadavere.
  • Infallibilità della genetica a distanza di tempo: l’idea che le moderne tecniche di laboratorio possano risolvere automaticamente ogni crimine del passato si scontra con il naturale deterioramento biologico e cutaneo dei campioni.

La riapertura dell’inchiesta: 25 indagati e il limite delle nuove tecnologie

A decenni dall’omicidio, l’avvocato Giulio Vasaturo, per conto della sorella Carla Di Veroli, ha depositato un’istanza per verificare i reperti alla luce delle innovazioni di biologia e dattilos барoscopia forense. Il fascicolo è stato riaperto sotto il coordinamento del pubblico ministero Valentina Bifulco e delegato nelle verifiche operative ai Carabinieri.

L’attenzione degli specialisti si è concentrata su tre frammenti di impronte digitali mai attribuiti in precedenza, rinvenuti in punti chiave dell’appartamento:

  1. Un frammento isolato sulla custodia dell’orologio della commercialista;
  2. Una traccia papillare rilevata sulla superficie del telefono fisso di casa;
  3. Un’impronta prelevata direttamente sulla parte interna dell’anta dell’armadio sigillato.

Gli ostacoli tecnici e la richiesta di archiviazione

I magistrati hanno iscritto 25 persone nel registro degli indagati per eseguire comparazioni a tappeto, abbinando ai prelievi una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche disposte durante le convocazioni in caserma. Nessun riscontro utile è emerso dai tracciati intercettati e nessun profilo dattiloscopico ha combaciato con i reperti repertati nel 1994.

A complicare il lavoro degli analisti è intervenuto un fattore fisiologico ineludibile documentato dalla relazione dell’Arma. Con l’avanzare dell’età di molti dei soggetti sottoposti a verifica, la formazione di pliche cutanee e la modificazione anatomica delle creste papillari hanno reso diverse impronte parzialmente illeggibili, impedendo un confronto scientificamente inappuntabile.

Elemento investigativo Esito degli accertamenti
Tracce dattiloscopiche isolate (telefono, orologio, armadio) Nessuna corrispondenza con i 25 indagati sottoposti a comparazione
Intercettazioni ambientali e telefoniche in caserma Assenza di elementi probatori utilizzabili per sostenere l’accusa
Stato biologico dei campioni su soggetti anziani Impronte spesso illeggibili per senescenza delle creste papillari
Posizione della Procura di Roma Richiesta di archiviazione trasmessa al Gip per insussistenza di prove

Senza corrispondenze oggettive e con indagini che non hanno prodotto nuovi indizi univoci, i magistrati romani hanno certificato l’impossibilità di procedere a giudizio. Spetta ora al giudice per le indagini preliminari valutare se accogliere l’istanza o indicare ulteriori approfondimenti su una delle pagine più oscure della cronaca giudiziaria capitolina.

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