Pamela Anderson e la diagnosi di epatite C: «Mi davano 10 anni di vita, ho speso tutto per curarmi»

Pamela Anderson e la diagnosi di epatite C: «Mi davano 10 anni di vita, ho speso tutto per curarmi»
Pamela Anderson e la diagnosi di epatite C: «Mi davano 10 anni di vita, ho speso tutto per curarmi»

«Mi dissero che probabilmente mi restavano dieci anni di vita». Pamela Anderson ha scelto il palcoscenico dell’amfAR Gala di Venezia per ripercorrere senza filtri gli anni segnati dalla diagnosi di epatite C, una sentenza medica ricevuta alla fine degli anni Novanta quando le opzioni terapeutiche erano pressoché inesistenti.

Al Molino Stucky, l’attrice canadese è stata insignita dell’Award of Courage durante una serata benefica che ha raccolto 2,5 milioni di euro per la ricerca contro l’HIV e l’AIDS. A consegnarle il riconoscimento è stato il regista Taika Waititi, elogiando il suo impegno nell’usare la propria visibilità per cause complesse e spesso stigmatizzate.

Marina Abramović all
Marina Abramović all’amfAR Gala di Venezia.

La scoperta della malattia e il prezzo delle cure

Anderson rese pubblica la propria condizione nel 2002 durante un’intervista con Larry King, spiegando che l’infezione era emersa l’anno precedente attraverso esami del sangue di routine. La svolta sanitaria è arrivata soltanto nel novembre 2015, quando ha annunciato la guarigione completa grazie a una nuova combinazione di farmaci antivirali ad azione diretta.

«All’epoca non esisteva una cura, era considerata una condanna a morte», ha spiegato Anderson alla platea veneziana. «Circa un decennio più tardi è arrivata una terapia sperimentale: ho dovuto prosciugare il mio conto in banca per pagarla, dato che le assicurazioni non la coprivano ancora. Ho provato un senso di colpa enorme sapendo che ad altre persone quell’accesso era negato».

Kyle Clifford CEO di amfAR e Pamela Anderson
Kyle Clifford, CEO di amfAR, e Pamela Anderson.

Lo stigma, l’autosabotaggio e il legame con i figli

La paura più grande, ha chiarito l’attrice, non riguardava la propria sopravvivenza ma il destino dei suoi due figli, all’epoca ancora bambini. Il timore costante ha innescato un meccanismo psicologico distruttivo durato a lungo.

«Provavo una vergogna profonda, sono entrata in una spirale di autosabotaggio», ha ricordato. «Esattamente come dopo gli abusi subiti nell’infanzia, sentivo di avere addosso l’etichetta di ‘merce avariata’ e finivo per comportarmi di conseguenza, finché non ho deciso di affrontare tutto attraverso il mio lavoro».

Oltre il ruolo di vittima

I figli si sono trasformati nel tempo nel suo pilastro emotivo, assumendosi responsabilità pesanti in giovane età. «È un peso terribile per un bambino, non spetta a loro, ma se ne sono fatti carico senza esitazione», ha sottolineato.

Pamela Anderson
Pamela Anderson.

«Non sono una damigella in pericolo e non sono una vittima», ha ribadito chiudendo il suo intervento al Lido. «Sono una persona forte, capace e vincitrice: la paura rimpicciolisce l’esistenza, mentre il coraggio le dà spazio, e questa resta sempre una scelta personale».

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