Abiti da sera che strisciano sui sentieri di terra battuta e tacchi a spillo piantati sulla riva di un lago alpino in pieno pomeriggio. L’alta quota si ritrova a fare i conti con la metamorfosi del turismo della vanità, dove il rispetto per la montagna cede il passo a pose plastiche costruite per le piattaforme digitali.
A documentare questa trasformazione è un’inchiesta de Il Dolomiti, che accende i riflettori su uno scenario ormai diffuso tra le vette alpine più celebri, ridotte a quinte scenografiche per produzioni amatoriali e commerciali.
Dalle valigie cariche di abiti eleganti alle passerelle sul fango
Coppie e comitive giungono da ogni parte del mondo equipaggiate con bauli colmi di abiti da cerimonia e fotografi al seguito. Il set prediletto include le sponde del lago di Braies e i panorami simbolo delle Dolomiti, fino ai contesti urbani di Cortina d’Ampezzo.
Quella che viene ironicamente battezzata come la nuova “divisa da terra alta” ripropone cliché estetici da cinepanettone fuori contesto. Il fenomeno alimenta un indotto legato a scatti a raffica e trasferte veloci, finalizzate esclusivamente al riscontro visivo sui social media.
Il modello mordi e fuggi che mette a rischio le comunità
La dinamica dominante è quella del turismo istantaneo, che occupa i luoghi più iconici per il tempo necessario a realizzare il servizio fotografico. Questo flusso continuo congestiona la viabilità locale e congestiona sentieri non strutturati per carichi simili.
L’impatto sul delicato equilibrio delle vette
L’inchiesta apre un interrogativo netto sulla reale compatibilità tra questa fruizione scenografica e la vita quotidiana di chi abita le valli. L’iper-turismo dell’apparenza altera la vivibilità delle frazioni montane, acuendo le criticità legate all’overtourism e minacciando di svuotare progressivamente i territori dei loro residenti storici.

