Lavorare su turni notturni, rientrare all’alba o forzare costantemente il corpo a dormire a orari irregolari non genera soltanto affaticamento. Uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports ha evidenziato che le alterazioni croniche del ritmo circadiano sonno-veglia sono associate a una maggiore incidenza della malattia dell’occhio secco negli anni successivi.
L’indagine, condotta dal team di Taher K. Eleiwa, non prende in esame le semplici notti insonni isolate. L’analisi si concentra su pazienti con diagnosi clinica formale di disturbo del ritmo circadiano, condizione in cui l’orologio biologico interno non si allinea con l’alternanza luce-buio e gli impegni quotidiani, come accade nei turnisti o in presenza di disturbi da fase di sonno anticipata o ritardata.
I numeri dello studio: il confronto su oltre 39.000 cartelle cliniche
I ricercatori hanno esaminato i dati clinici della rete statunitense TriNetX, individuando una coorte di 48.356 adulti affetti da disordini circadiani conclamati. Per isolare il reale impatto del disturbo è stato impiegato il metodo statistico del propensity score matching, bilanciando i soggetti per età, sesso, comorbidità, terapie e fattori di rischio con un gruppo di controllo non affetto dalla patologia.
Il campione finale ha confrontato 19.877 individui per ciascun gruppo. Nel confronto primario con soggetti sottoposti a polisonnografia, il rischio relativo di sviluppare occhio secco è risultato più che raddoppiato tra chi presentava un ritmo sfasato, pur a fronte di un rischio assoluto contenuto: la differenza nel primo anno corrisponde a circa 3,6 diagnosi aggiuntive ogni mille individui.
Nel momento in cui il confronto è stato esteso alla popolazione generale, l’incremento stimato delle diagnosi a dodici mesi è sceso al 29%, confermando una correlazione statisticamente rilevante ma meno marcata.
La biologia della superficie oculare e il ciclo circadiano
Secondo i criteri internazionali TFOS DEWS III, la malattia dell’occhio secco è una patologia multifattoriale che coinvolge iperosmolarità, instabilità del film lacrimale, infiammazione e alterazioni neurosensoriali. L’apparato lacrimale e l’epitelio corneale non operano in modo statico, ma seguono precise oscillazioni temporali distribuite nelle 24 ore.
La manutenzione cellulare della cornea
Precedenti ricerche sperimentali hanno dimostrato che la deprivazione del sonno altera l’omeostasi del tessuto corneale, modifica i mediatori dell’infiammazione e riduce l’efficienza secretiva delle ghiandole lacrimali. I processi di rinnovamento dell’epitelio corneale dipendono direttamente dal sincronismo dell’orologio biologico: se la sincronizzazione temporale fallisce, i meccanismi biologici di rigenerazione si attivano nei momenti sbagliati della giornata.
Limiti metodologici e bias di rilevazione
I risultati descrivono un’associazione epidemiologica e non un nesso di causa-effetto. Trattandosi di un’indagine osservazionale retrospettiva basata su codici diagnostici registrati nei database sanitari, circa il 40% dei casi di disordine circadiano non riportava un sottotipo dettagliato.
Gli autori hanno inoltre segnalato il rischio di un potenziale detection bias: i pazienti che accedono frequentemente alle strutture sanitarie per curare problemi di insonnia o disturbi del sonno tendono a ricevere più visite specialistiche, aumentando la probabilità statistica di individuare precocemente alterazioni della superficie oculare. Ulteriori studi clinici prospettici dovranno verificare se la regolarizzazione terapeutica dei ritmi di sonno possa ridurre direttamente l’insorgenza della patologia oculare.

