Negli USA i rifiuti della vitamina K salgono all’8,1%: il rischio di emorragia neonatale cresce di 81 volte

Negli USA i rifiuti della vitamina K salgono all'8,1%: il rischio di emorragia neonatale cresce di 81 volte
Negli USA i rifiuti della vitamina K salgono all'8,1%: il rischio di emorragia neonatale cresce di 81 volte

Una singola iniezione praticata subito dopo il parto azzera quasi del tutto il pericolo di gravi emorragie. Negli Stati Uniti, un numero crescente di genitori decide di rifiutare la vitamina K per i propri figli appena nati.

I dati emergono da un’indagine della piattaforma sanitaria Truveta diffusa da Reuters, basata sull’osservazione di oltre un milione di nascite. Nel primo semestre del 2026, la quota di neonati che non ha ricevuto la profilassi entro 24 ore dal parto è salita di oltre il 57%, passando dal 5,2% di gennaio all’8,1% di fine giugno.

Il dato preoccupa i neonatologi perché la somministrazione non risponde a un rischio ipotetico, ma compensa un deficit biologico tipico dei primi mesi di vita.

La vulnerabilità biologica nei primi giorni

La vitamina K gioca un ruolo decisivo nei processi di coagulazione del sangue. I neonati nascono con riserve minime: la molecola attraversa con difficoltà la barriera placentare e la sua concentrazione nel latte materno è molto ridotta.

L’intestino del neonato non produce quantità adeguate di questa sostanza nelle prime settimane. Questa carenza può innescare la VKDB (Vitamin K Deficiency Bleeding), una sindrome emorragica che si manifesta in forma precoce o tardiva.

La forma tardiva compare tra la seconda settimana e il sesto mese di vita, colpendo spesso lattanti che fino a quel momento non mostravano alcun sintomo evidente.

I numeri del rischio: 81 volte più probabilità di emorragia

Secondo le stime dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), senza alcuna protezione la VKDB tardiva colpisce tra 1 neonato ogni 14.000 e 1 su 25.000. Chi non riceve l’iniezione corre un rischio relativo 81 volte superiore rispetto ai bambini sottoposti a profilassi.

Il dato non indica che l’evento si verificherà nella maggior parte dei casi non trattati. La probabilità assoluta resta ridotta, ma la gravità dell’evento è elevata: il sanguinamento può colpire il cervello o gli organi addominali, provocando lesioni neurologiche permanenti o la morte.

Con la puntura intramuscolare somministrata alla nascita, l’incidenza della forma tardiva crolla a meno di un caso ogni 100.000 nati. La profilassi non è un vaccino, non agisce sul sistema immunitario e consiste esclusivamente nell’integrazione della vitamina mancante.

La profilassi intramuscolare somministrata a un neonato subito dopo il parto.

L’efficacia dell’iniezione rispetto alla via orale

Alcuni Paesi consentono la somministrazione per via orale, ma i risultati clinici non sono sovrapponibili. Le formulazioni liquide richiedono dosi ripetute nel tempo, esponendo al rischio di dimenticanze o assorbimento incompleto.

La dose intramuscolare singola garantisce invece un rilascio costante e una barriera clinica più solida contro i sanguinamenti tardivi.

Cosa spinge i genitori a rifiutare la profilassi

I riscontri clinici evidenziano che nella prima metà del 2026 la mancata somministrazione negli ospedali statunitensi è risultata 2,5 volte superiore rispetto alla media registrata tra il 2019 e il 2024, segnando un +40% rispetto al 2025.

I pediatri attribuiscono questa impennata alla ricerca di una presunta “naturalità” delle cure e al timore di effetti collaterali alimentato dai social network. Negli anni Novanta uno studio britannico ipotizzò un legame tra l’iniezione e forme tumorali infantili, un’ipotesi poi smentita da decenni di verifiche e ampie casistiche internazionali.

La rarità della malattia negli ultimi decenni ha reso invisibile il pericolo: quando una misura preventiva ha successo, il rischio scompare dalla percezione comune, inducendo a ritenere superfluo l’intervento medico che lo teneva sotto controllo.

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